di Federica Scassillo

E dopo tutto quanto ti ho scritto in un momento di risentimento per il fato che sovrasta alla mia rondine che io amo perché reietta e perché fu una generazione delle più spontanee del mio cervello.
Puccini a R. Schnabl

Ho domandato a Lauri-Volpi se canterebbe la mia povera Rondinella, La Rondine, ch’io voglio risuscitare, e mi ha detto di sì. […] Ti ringrazio di cuore se rimetterai in scena la mia povera Rondinella.
Puccini a R. Gunsbourg

E non pensate più all’opera che tanto divinamente avete cantata e tanto successo vi ha dato? Io insisto perché è un vero peccato che si lasci nell’oblio una delle più sincere musiche mie.
Puccini a G. Della Rizza

Fortunatamente, ogni tanto, dall’oblio a cui pareva destinata sin dalla sua nascita La Rondine riemerge. Certo è che stupisce (negativamente) il fatto che nel suo centenario (1917 la prima) le si sia data così poca attenzione: in scena al 63° Festival Puccini a Torre del Lago il 15 luglio e il 5 agosto (e vorrei ben vedere…!) e in apertura della stagione lirica 2017/2018 all’Opera di Firenze dal 17 al 25 ottobre. Basta. Gli altri teatri nostrani, che io sappia, pare non si siano interessati a celebrare l’importante anniversario: il nome di Puccini viene osannato in ogni programma lirico grazie alle eroine più celebri, ma della storia di Magda – banale, quotidiana –, che Zampieri ha definito “trionfo del principio di realtà”, non si narra spesso. Perché questo? Forse perché la musica non è abbastanza accattivante (mah!)? Forse a causa di quel terzo atto sofferto riscritto innumerevoli volte (stessa dinamica toccata alla Principessa di Gelo, eppure…)? O forse perché La Rondine porta nella sua genetica la colpa originaria di essere solo un’operetta (‘accusa’ opinabile tra le altre cose)?
Io una risposta non la ho e non pretendo nemmeno di darvela, mi limito dunque a raccontarvi la recita del 5 agosto in quella Torre del Lago tanto cara al Maestro lucchese.

Partiamo dall’inanimato. La scena è praticamente fissa: una gradinata che porta ad una piattaforma di qualche centimetro sopra al livello del palcoscenico sulla quale troneggia una scalinata molto particolare. È impossibile da descrivere perciò, per una volta, mi avvalgo dell’immagine che potete ammirare qui sopra: grazie alla struttura ellittica, alla sinuosità ed eleganza del corrimano e al gioco di altezze – con quel modesto ponticello in piano situato nel punto più alto – mi ha subito conquistata. Già ero lì ad interrogarmi su eventuali simbolismi, a dirmi – fiera del mio acume – che sicuramente doveva essere il corrispettivo scultoreo delle dinamiche passionali della protagonista, che subito vengo smentita da un chiacchiericcio alle mie spalle. In perfetto accento toscano, una voce maschile diceva grossomodo questo: “Eh ma quella scalinata ‘un l’hanno mica fatta a posta! Se la son fatta prestare dal Giglio [Teatro del Giglio di Lucca, Giuliano Spinelli ndr] ‘he l’aveva usata per una (c)‘ommedia”. Ora, se portato avanti in maniera intelligente, non sono contraria al riciclo scenografico. Nonostante abbia un poco lenito la mia autostima, ho dato per buono quanto detto dall’ignoto signore e non sono andata a verificare (a maggior ragione per il fatto che, effettivamente, di riciclo intelligente si è trattato: funzionava molto bene). Al bando le sovrainterpretazioni simboliche, dunque.

Nel primo atto abbiamo un pianoforte a coda (per lo squisito momento di musica intradiegetica iniziato da Prunier e concluso da Magda), una sedia e un tavolino tondo ad essa prospicente; nel secondo questi tre elementi scompaiono per lasciare il posto a innumerevoli altri tavoli con altrettante innumerevoli sedie per simulare l’interno del Bullier; nel terzo l’atmosfera del locale parigino scompare e fanno il loro ingresso due lettini da mare che suggeriscono la veduta della Costa Azzurra indicata nel libretto. Ovviamente, come dicevo, tutti questi elementi ai piedi della perenne scalinata, la quale, grazie ad una piattaforma rotante, evita di risultare eccessivamente statica: di atto in atto – ad uso della delimitazione scenica – gira su se stessa, cosicché, alla fine, lo spettatore ne conosce tutti i lati.

La regia di Plamen Kartaloff è decisamente tradizionale, senza infamia e senza gloria verrebbe da dire. Tuttavia, nella banalità di ciò che si muoveva sul palco (e una coreografia onestamente brutta nel secondo atto), tre personaggi mi hanno dato un discreto fastidio: Magda, Prunier e Rambaldo.
Lidia Lunetta ha reso Magda dispotica e violenta nell’impartire ordini, altezzosa e molto poco elegante (specie nel primo atto). Cozzava molto con quello che dovrebbe essere il carattere del personaggio: Magda è una donna annoiata ma non ancora preda di quella disillusione che sembra aver contagiato tutti i suoi amici. Una flebile speranza sentimentale riesce a custodirla dentro di sé, in maniera pacata, e questo la rende velatamente ironica nel giudizio delle personalità che frequentano la casa e, soprattutto, nel rapporto con Lisette – la cui irriverenza la diverte anzi molto: in difesa della cameriera, intervenendo benevolmente, all’inizio canta “Poeta, perdonate!… In casa mia/l’anormale è una regola…”. Alberto Petricca ha recitato un Prunier estremamente caricaturale, costantemente sopra le righe, macchiettistico dall’inizio alla fine. Il poeta è sicuramente un personaggio comico (i siparietti tra lui e Lisette sono forse l’elemento più squisito dell’opera) e sottolineare istrionicamente taluni momenti, facendo risaltare le sue ridicolaggini, va benissimo; non di continuo però: ci sono momenti in cui è richiesta serietà e sobrietà. Nel duetto del finale I (T’amo, menti), ad esempio, la comicità nasce dai versi, non da una gesticolazione sguaiata; dovrebbe venire a crearsi un contrasto tra quella ostentata eleganza che Prunier sfoggia, l’amore che canta a Lisette e i continui consigli estetici che le dà; il tutto in maniera dolce, delicata, sussurrata: è sempre un duetto d’amore quello di cui si parla! Petricca lo ha ucciso. Il Rambaldo di Davide Mura è un uomo vittima di gelosia e di grande passionalità… eppure dovrebbe essere il personaggio più arido dell’opera. È proprio in questa caratteristica che risiede il contrasto con Magda: per sua stessa ammissione, il suo ‘diavolo romantico’ dorme (compra doni alla donna e dimentica persino di darglieli), quello di lei invece è desto e in attesa dell’occasione giusta per riscattarsi.
Il dilemma però rimane: imposizione registica o punto di vista degli interpreti?

Last but not least: l’ascolto. La direzione di Beatrice Venezi io non l’ho capita: l’attacco del primo atto m’ha entusiasmata poi, però, progressivamente la cosa è andata scemando. Non so davvero come sia potuto accadere ma, in certi momenti, sembrava dirigesse metà organico: tutto si svuotava, si diradava, non c’era coesione tra le famiglie strumentali…

I cantanti, chi più chi meno, si sono limitati a fare il loro dovere con due uniche eccezioni: il già menzionato Alberto Petricca in Prunier ed Elisabetta Zizzo in Lisette, ovvero: il diavolo e l’acqua santa. Petricca sembrava partito benissimo, aveva il timbro giusto per il ruolo, la giusta presenza scenica, prometteva. Ma poi l’interpretazione ha cominciato a scricchiolare: innanzitutto nessun accenno a mutamenti di dinamica – tre atti di perenne forte – e poi, ancora peggio, gravi carenze nel controllo della voce, specie in salita. Gli acuti praticamente non li aveva, si sentiva che faticava tanto e più di qualche volta ha stonato. Per carità, un cantante non si giudica sicuramente da una “serata no” (ammesse fosse una “serata no”), ma se all’insufficienza canora sommiamo anche l’insufficienza istrionica va da sé che ha praticamente fallito su tutti i fronti. La Zizzo invece l’unica interprete memorabile; pulita, agile, sbarazzina nei modi e nel colore: una vera Lisette (veste anche i panni di Musetta per Bohème al Festival e son sicura che la interpreta egregiamente).

Ero così felice quando ho acquistato i biglietti; per mesi mi sono ripetuta, tipo mantra, “La Rondine a Torre del Lago! A Torre del Lago, eh! Proprio La Rondine!” e poi invece la disillusione manco fossi io stessa un personaggio della vicenda narrata…
Per chi di voi non conoscesse la creatura più bistrattata di Puccini, vi invito caldamente ad ascoltare l’edizione diretta da Pappano con Gheorghiu (Magda), Mula (Lisette) e Matteuzzi (Prunier) – si perdoni la presenza di Alagna (Ruggero). Acquistate il disco (Puccini: La Rondine), inseritelo nel lettore, mettete le cuffie e ricercate la traccia 15, T’amo!…Menti!: capirete allora cosa intendevo per contrasto, ilarità, delicatezza e amore.

 

 

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