-Cosa significa fare un disco “jazz” nel panorama musicale di oggi? 

Il significato di fare un disco è la risposta ad una particolare esigenza  di chi si dedica professionalmente all’attività musicale (intesa anche in senso più ampio come: l’insegnamento, l’attività concertistica) e di chi, come me, te e molti altri nostri colleghi, ha affrontato lo studio, in ambiti accademici, della scrittura jazzistica e dell’arrangiamento.
Vedo il disco come uno strumento di divulgazione della cultura musicale, e questo lo è  anche per il jazz, oggi più che in passato. Questo aspetto è interessante perché dà voce a una costellazione di micro linguaggi, comunque personali,  quindi portatori di unicità.
Parlare poi di Jazz classico, “Free”, Avanguardia, “Fusion” ecc… significa categorizzare, e credo fermamente che ad oggi categorizzare in questo ambito sia opportuno per una mera osservazione musicologica, quindi critica, nei riguardi  di questa multiforme espressione musicale.
Comporre, significa dare vita ad un’idea che si concretizza per mezzo di un codice,  di un linguaggio. Per me linguaggio musicale, è linguaggio universale, è espressione di un patrimonio antropologico, e nella musica afro-americana, che ad oggi è ormai espressione di elementi musicali multiculturali  che potremmo definire con un termine più attuale: “World Music”, questa peculiarità è ancora più pregnante.
Fare un disco, perché?
Per apportare un contributo al complesso “mosaico” delle espressioni della musica, e dare voce quindi alla propria espressione. Chi realizza un lavoro di questo tipo, a mio avviso, non dovrebbe accantonare questo obiettivo.

-Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali per la scrittura e l’improvvisazione?

I miei riferimenti per la scrittura musicale sono molti e vari.
In primo luogo gli orchestratori del Jazz classico e moderno: D. Ellington,  C. Basie,  B. Strayhorn,  G. Evans, S. Kenton,  B. Brookmeyer ecc… , della produzione “colta” europea ed americana cameristica e sinfonica ed  alcune espressioni musicali di matrice pop.
Nel mio disco ho scelto di non scrivere con la più classica formula ritmica propria dello “Swing”, ma adottando un  linguaggio ritmico di suddivisione binaria che ha caratterizzato sempre di più il jazz negli ultimi decenni. Questa scelta rappresenta quindi, anche per ciò che concerne l’improvvisazione, un  richiamo e un orientamento rivolto ai linguaggi più contemporanei della musica improvvisata, evitando in questa sede di fare un elenco di più grandi o meno grandi improvvisatori che hanno scritto recentemente delle  pagine di buona musica .
Per quanto riguarda le mie influenze stilistiche per l’improvvisazione col mio strumento sono rappresentate dai seguenti contrabbassisti, solo per citarne alcuni: S. Colley, S. La Faro, R. Brown, P. Chambers, M. Johnson, M. Penman.

 -Hai privilegiato un lavoro ricco di scrittura. Come mai? 

La natura stessa del progetto mi ha condizionato in questa scelta, avere cinque strumenti a fiato in un gruppo, inevitabilmente porta ad un’organizzazione anche molto scritta delle parti suonate.
Intendo questo aspetto come un’ulteriore risorsa all’espressione musicale, che se combinata con degli spazi per l’improvvisazione, può rappresentare un autentico “valore aggiunto” all’intera progettualità in ottetto.

-Ho notato una tendenza verso una scrittura “verticale” piuttosto che “orizzontale”. Come mai hai hai scelto di privilegiare l’impatto coloristico e sonoro rispetto ad una scrittura tematica?

Di fatto il lavoro contiene numerosi spunti tematici che ho voluto rinforzare con una scrittura tipica degli “ensemble” jazzistici con più fiati.
Il mio intento è stato quello di impiegare nel modo più vario, le possibilità timbriche degli strumenti avvalendomi anche di strumentazioni alternative attraverso l’uso di legni o di sordine per gli ottoni.
Nello scrivere questi brani ho organizzato  spazi e situazioni piuttosto varie, che potessero conferire alle composizioni una narrazione mutevole, che assecondasse l’idea di uno sviluppo delle componenti melodiche ed armoniche, quindi ritmiche,  e che potesse mantenere, allo stesso tempo, un carattere di unitarietà nell’intera narrazione tematica di ciascuna di queste.

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Pubblicata su Close-Up.it

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