La musica Indie italiana deve morire con Cambogia

 

Che quello della musica Indie italiana fosse un terreno assai cedevole e scivoloso è argomento ben noto e su cui sono state spesso spese troppe vane parole. Come sempre però abbiam bisogno di alcune riprove concrete e tangibili per sottrarre il nostro pensiero dall’accusa di formulare giudizi secondo un mero gusto personale. Chi cerca di portare avanti il lavoro di critica con onestà intellettuale ha però imparato ha fare il callo con questa, umiliante, accusa. Quindi: che legame c’è tra pubblico, critica e musica Indie?

 

Continuazione di L’Indie di cui non ho bisogno
Una mia seconda personalissima pagina di diario

Ludovico Peroni

 

La realtà dei fatti è tremenda. Al grido di “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” abbiamo distrutto secoli (se non millenni) di ricerche autentiche, ispirate, oneste e necessarie sull’arte.
Si aggiunge che nell’ultimo decennio la logica promossa dai social sia stata un grande acceleratore nella legittimazione di questo tipo di (non) pensiero.
In un colpo solo stiamo distruggendo la bellezza la possibilità di esercizio del libero pensiero. Esso ha ceduto il posto all’istintualità e all’emozione nella scelta di ciò che decidiamo possa esser di nostro gusto.

Ma come possiamo pretendere di seguire le nostre sensazioni, castrando del tutto le nostre capacità critiche?
O – molto più brutalmente – come possiamo pensare che chi produce un determinato prodotto non voglia proprio strumentalizzare questa diffusa tendenza?

Con buona pace dei filosofi tirerò ora in ballo – compiendo semplificazioni terribili, ahimè – il concetto di “pensiero debole” per spiegare ciò che sta succedendo. Tenendoci ancorati al piano strettamente musicale, possiamo infatti racchiudere in tale concetto tutta la caduta di valori “forti” che ci spingono a dare un giudizio “etico” (è una cosa buona?) o “estetico” (è una cosa bella?) su un’opera, una composizione, una canzone.
Tutto è relativo; tutto è permesso; l’errore non esiste; se mi piace è una cosa buona.

Ma torniamo ora al “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”.

Tutti abbiamo pensato, almeno una volta, che sotto l’etichetta “musica Indie” si nascondesse una classe di fenomeni in grado di giocare con le (non)regole promosse da questo “pensiero debole”, con il risultato di riscuotere successo di pubblico più per quello che rappresenta (o non rappresenta) che per quello che, in realtà, è.

non sa suonare, ma a me mi piace lo stesso
anche se non è intonato, a me mi piace
si produce da solo quindi è onesto e a me mi piace.

Ci siam capiti, no?
Più che costruire nuovi valori si è scelto di agire contro tutto quello che si reputa convenzionale, per sottolineare l’appartenenza ad un filone alternativo.
I giudizi di valutazione altrui però son difficili da dimostrare e misurare “sulla carta” poiché tutti abbiamo diritto a manifestare – equamente e senza distinzioni di valore – il nostro pensiero; in special modo quando si tratta di gusti. Quando si tratta di “soggettività”.
Quindi, si è costruito un sistema che più che combattere il proliferare di fenomeni inconsistenti, se ne è nutrito. Più che armare i fruitore di una critica consapevole e valida si è scelto di criticare solo tenendo conto di ciò che al pubblico già piacesse: un sistema che alimenta se stesso.
In fin dei conti: a chi fa comodo avere una massa in grado di discriminare cosa, come e quando deve “consumare”?

Ma, sopratutto, in tutto questo….cosa c’entra Cambogia?

Per chi non lo conoscesse, Cambogia è stato un artista attivo tra l’Agosto 2016 e il Giugno 2017.
Esordisce col primo video su Youtube ed è già successo: riesce ad esser recensito da alcune delle più grandi testate del settore, riesce a ricevere cover dal popolo del web e esser condiviso da alcuni dei più grandi canali dedicati alla musica Indie. È invitato a numerosi concerti e manifestazioni.
A Cambogia non importa di come si parli di lui, ma basta che se ne parli: riceve tante critiche quanti ammiratori, copia e trae spunto un po’ da tutta la scena Indie italiana attuale senza nasconderlo. Trova nei detrattori (gli haters) una fonte di pubblicità e notorietà gratuita.

I testi corrispondono pedissequamente a prodotti già di successo, la resa sonora è identica a altri gruppi molto famosi e apprezzati dal pubblico, la comunicazione e il linguaggio perfettamente identificabili come appartenenti ad una certa, specifica, corrente stilistica.
Siamo subito posto di fronte ad un nuovo astro della musica Indie e underground che si è costruito, in piccolo, con le stesse logiche delle grandi Major discografiche.

Oltre a questo primo smacco nei confronti del mercato della musica indipendente italiana, scopriamo che Cambogia…non esiste!
Pochi giorni fa ne danno l’annuncio i creatori della pagina attraverso un video dell’ormai, “compianto”, Cambogia stesso.
Un volto, una voce, delle parole, dei moduli musicali assemblati poco più che casualmente: pastiche e ricerca di mercato.

 

Questa storia – della quale potrebbe rivendicare la paternità il miglior sceneggiatore di Black Mirror – è la più grande conferma di quanto sia importante e necessario emanciparci da qualsiasi adesione acritica a qualsivoglia fenomeno. Tanto più quando un nome – “indie” in questo caso – dovrebbe rappresentare la voglia di esercitare liberamente le nostre scelte con artisti che hanno la libertà di esprimersi al meglio.

Cambogia non è stato solo un “troll” o, come lo hanno definito, un “esperimento sociale”: Cambogia è l’atto di decesso della musica Indie italiana, per come la intendiamo finora.
Il panorama Indie italiano si è rivelato friabile, sorretto da una massa di utenti priva di spirito critico, guidata da media interessati più ai numeri che alla qualità del prodotto.
Quindi:
Se gli “addetti ai lavori” e lo stesso pubblico non ha gli strumenti e le capacità per capire l’autenticità di un determinato fenomeno, come possiamo credere che siano (In)diependenti per scelta e non per necessità?
E non sono gli artisti a dover prendere esempio da Cambogia, come caso di utilizzo mirato e intelligente di marketing e strategie social; è il pubblico che, per una volta, può sentirsi giustamente denudato e responsabile della propria insipienza.
Dobbiamo iniziare a discriminare chi nel panorama Indie sia un vero artista, abbia qualcosa da dire, sia autentico da chi è, né più né meno, un bluff. Gran parte di questo lavoro però tocca ai nuovi canali e esperti di questo ambiente musicale che, per loro fortuna o lungimiranza, sono stati chiamati a ricoprire, improvvisando, un posto che non erano in grado di immaginare così importante nell’industria culturale del nostro paese.

Quanti altri artisti vi vengono in mente uguali a Cambogia?
Il fatto che siano persone “vere”, non riduce il grande nulla che possano rappresentare.

Dovete rassegnarvi al fatto che quello che vi piace sia, spesso, “brutto oggettivo”.
E il brutto si prende anche gioco di voi, senza farsi troppi problemi.

 

internet-troll

 

Più che live in cameretta solleviamo dibattiti
Più che follower, cerchiamo contenuto
Più che frasi ad effetto, cerchiamo di comunicare pensieri
Più che condivisione acritica, facciamo e facciamo fare critica
Più che sentire, impariamo ad ascoltare

Annunci

5 thoughts on “La musica Indie italiana deve morire con Cambogia

Add yours

  1. Credo che l’articolo sia centrato ma, a mio avviso, più che la fine dell’Indie questo caso rappresenta l’inesistenza dell'”Indie”.

    Dalla fine degli anni 70, con l’esplosione della new wave e del rap negli Stati Uniti, si parla di etichette indipendenti, piccole unità produttive che si muovevano all’interno del panorama musicale delle musiche emergenti degli anni 80 e che hanno permesso a stili e generi esclusi dai palinsesti delle major di essere divulgati discograficamente. Nella miriade di esempi peschiamo esperienze di culto esistenti già nei primi 70 come la Virgin o la Ohr Records e poi la Celluloid o la 4 AD nel decennio successivo.
    Curiosamente non si è mai parlato di “Indie” difronte a questi fenomeni per decenni. Una serie di piccole etichette non rappresenta un genere musicale.

    All’inizio dei 90 mentre una nuova generazione di etichette indipendenti lanciava ulteriori nuovi generi musicali: techno, idm, glitch, drum ‘n bass, grime e quant’altro (inutile ricordare Warp, Rephlex, MiIlle Plateaux, Ninja Tune, Underground Resistance, Axis, e centinaia di altri) il genere musicale più vecchio presente sul mercato, il rock, decide di utilizzare questo aggettivo “indipendente” come qualificativo di un presunto stile distintivo.
    Probabilmente l’idea è partita a fronte dell’invasione di nuove etichette operanti nell’elettronica e negli altri generi recenti che un nome proprio ce l’hanno; cosa c’è di meglio di un termine che non qualifica culturalmente nulla per caratterizzare un qualcosa di vecchio con un brand nuovo?
    Cosa caratterizzava stilisticamente la parola indie? Nulla
    Che gli artisti sono autoprodotti? lo erano anche Jeff Mills o Aphex Twin, ma col rock non centravano una mazza.

    L’equivoco parte proprio dal pensare che l’indipendenza da grandi produzioni caratterizzi musicalmente un prodotto, è falso, è comune a generi musicali totalmente diversi.
    L’Indie stesso è una manipolazione al punto che è stato possibile prefabbricare un progetto completamente virtuale senza che il pubblico ne fosse consapevole.
    L’indie non muore con Cambogia, Cambogia svela solo la bugia nella quale l’Indie è nato e cresciuto.

    Liked by 1 persona

    1. Non sono molto d’accordo, tutto quel movimento di elettronica indipendente è arrivato almeno un decennio dopo che le autoproduzioni avevano già sperimentato il prendersi beffa del mercato discografico, due esempi come la crass records in Inghilterra e la discord negli stati uniti.
      Qualche anno dopo l’esplosione mediatica del punk nacque l’esigenza di qualcosa di più, di potersi esprimere tramite la musica e i suoi messaggi senza rendere conto a nessuno.
      Qui si parla dei minor threat, che passarono pomeriggi interi ad assemblare le copertine dei propri dischi, che tenevano i prezzi al minimo possibile, si parla dei black flag, che vivevano sui pavimenti della sst Records, erano sempre in tour e che mangiavano gli avanzi dei piatti lasciati sui tavoli dei fast food,i minutemen, che registravano i dischi in durissime session notturne perché più economiche.
      Dopo l’uscita di nevermind (91) dei nirvana cambio tutto, le major facevano gara a scritturare “qualsiasi stronzo con una chitarra” (cit.) e li ci fu una vera e propria spaccatura, c’era chi firmava e chi invece teneva a mantenere una propria identità e la gestione della propria musica.
      O c’era anche chi, come John reis strappò dei super contratti con cui permise ai rocket from the crypt di organizzare un intero tour a ingresso gratuito.

      Quando ero ragazzino il termine indie a me ricordava i Fugazi, quelli dei concerti a 5dollari, quelli che rifiutarono qualsiasi contratto e qualsiasi festival il cui biglietto fosse stato troppo alto.

      Ora indie, specialmente in Italia indica tutto un carrozzone inutile svuotato di contenuti e messaggi. Farsi le cose da soli è diventato talmente semplice che non è più una scelta, è semplicemente un modo come un altro per raggiungere lo scopo di accaparrarsi una fetta di mercato.

      Liked by 1 persona

      1. Grazie per la lettura, i consigli e gli attenti appunti.
        Spero di aver tempo di poter tornare presto su questo tipo di tematiche.
        Un caro saluto,
        LP

        Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: