una mia personalissima pagina di diario
(Ludovico Peroni)

Ieri sono stato invitato da alcuni amici ad una serata dedicata (in gran parte) alla musica Indie. Tralasciando tutte le spinose questioni relative all’etichetta “Indie”, vorrei solo manifestare un po’ di insoddisfazione.
Le due aperture del concerto hanno cullato tutti i miei preziosi pregiudizi: Canova ed Ex-Otago. Sarà un mio problema, ma ho fatto veramente fatica a identificare le linea di demarcazione tra le due formazioni: cantori di una lamentazione che facevo fatica ad accettare sin dai tempi dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Sarò severo, ma la mia impressione è che siano prodotti triti e ritriti che la moda, il marketing e le nuove “logiche social” han fatto percepire come “nuovi”: lo-fi e trasandati quanto basta.
In preda ad una sensazione di claustrofobia estetica inizio a girarmi intorno. Incrocio un ragazzo, che scopro avere la mia età, al bancone delle bibite:

 

“Ma a te piace ‘sta roba?” (mi chiede spaesato)

“Sai…è quello che sembra andar molto di moda tra i giovani. Mi piaceva capire e vivere l’ambiente più da vicino.”

“Boh, io non riesco ad ascoltarli. Forse sarà che a me piace la musica…”

 

Questo congedo è stato rivelatorio. La musica (nella sua grammatica e forma), per gran parte di questa scena “Indie”, non è il punto focale dell’enunciato. Tesi banale che viene corroborata dai molti gadget che mostrano avidamente stralci di testi di canzoni e interpretazioni grafiche di frasi ad effetto studiate ad hoc.
Non è quindi difficile capire che ciò che coinvolga questi adolescenti sia la tendenza narrativa di ogni brano, e non i moduli e la “cadenza” musicale che spesso si ripete senza pretese e ricerca sull’arrangiamento. La varietà si diluisce in crescendo saturi di suono, sin dall’inizio di ogni brano.

Sarà forse il classico problema di salto generazionale…

(“Forse sarà che a me piace la musica…”)

Sembrava così finita una serata e un contatto con un ambiente musicale che, evidentemente, non amo frequentare. De gustibus.

Mi informano che la chiusura spetta a Brunori Sas. Lo/li conosco solo di nome.
Gli amici mi hanno descritto la loro musica come “un po’ Rino”, “un po’ figlia della scuola romana di cantautorato”, “un po’ Fabi”, “un po’ Indie ma non troppo”.

Sapete; è tendenza tutta del nostro tempo la necessità di definire le cose tramite paragoni, accostamenti, sensazioni già provate. Questo è un sintomo di un pensiero molto più profondo e radicato; un pensiero che ci influenza ogni tipo di libera fruizione artistico-musicale. Viviamo infatti nella costante impressione che l’arte dei suoni e delle parole, la musica, abbia già sperimentato ogni cosa possibile e, al giorno d’oggi, possiamo solo trovare degli ibridi o degli “assemblati” – più o meno complessi – di modelli, stili e correnti artistiche passate.
Figuratevi quanto possa esser pervasiva questa tendenza in chi, di musica, ne ascolta in continuazione e di ogni genere per studio, lavoro e, soprattutto, grande passione.

Sfidando il freddo, la stanchezza e, soprattutto, la noia scelgo di rimanere e assistere allo spettacolo senza dare giudizi a priori.
Ora sul palco, sin da subito, c’è gusto per l’arrangiamento, c’è ricercatezza nel testo, nella rima, nelle tematiche: c’è musica.

C’è anche qui la prominente tendenza alla narratività, ma trova nella musica profonda corrispondenza: utilizza sapientemente Vamp, Bridge, Code, Intermezzi strumentali, crescendo e diminuendo.
La testura è estremamente varia e sempre a servizio della parola. Parola e musica non si muovono su binari paralleli e non comunicanti.
C’è anche qui la frase ad effetto, ma è sempre figlia di un’esigenza espressiva nata con e dal testo.
Il messaggio è, finalmente, chiaro.

Brunori è un cantautore che non si nasconde dietro la “spontaneità a tutti i costi” e dietro il basso profilo che crea tanta fortuna sui social: si dimostra un pianista e un chitarrista in grado di reggere il palco in solitaria, voce e strumento. Non ha bisogno del non-filtro di una cameretta o di una webcam per apparire “così com’è”: è orgogliosamente un cantautore e musicista.
C’è molto mestiere nel suo spettacolo (dai momenti in cui parla simpaticamente da “macchietta” alla scaletta perfettamente oliata), ma non si risparmia; e trasmette energia e trasmette autenticità.

È un cantautore dalla parola concreta, vissuta, poco evocativa. È materico.
Riesce a trasfigurare la sua esperienza e renderla il canto di una generazione; generazione che, paradossalmente, non è solo quella che lo ascolta o lo canta.
Il consenso è unanime e, di solito, tale fatto mi spaventa sempre: vedo coppie di quarantenni, ragazzine svestite e ragazzi della mia generazione (ci riconoscete facilmente perché siam quelli che son sempre fuori posto) con gli stessi occhi, con le stesse parole in bocca.

 

Brunori, in fin dei conti, è un po’ tutto quello che mi era stato descritto dagli amici, ma c’è qualcosa di più; qualcosa in grado di farti credere con non tutto è stato detto, non tutto è stato provato, specialmente nel linguaggio pop cantautoriale.
È la sensazione che ti accompagna a scegliere e comprare un nuovo CD.

 

Penso che non abbiamo bisogno di tutto questo Indie.
Abbiamo piuttosto solo bisogno di buoni artisti.

 

Un dubbio, atroce, però rimane:

Come può la Brunori Sas avere lo stesso pubblico di Canova, Ex-Otago e un ragazzino uscito da Amici (sì, ormai sono ovunque)?

Sarà forse che abbiamo creato un pubblico omologato e incapace di intendersi dipendente da tutto ciò che è etichettato come Indipendente?

 

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