Wasabi Quartet – Zero Zen

 

Stringiamo in mano Zero Zen. Lo osserviamo in mano mentre ascoltiamo la sua quarta traccia…
Un po’ sorpresi, chi chiediamo come collocarlo, come comunicarlo, come classificarlo all’interno della nostra parete attrezzata, ormai traboccante di vecchi LP, nuovi dischi e una quantità imprecisati di libri a tema musicale.
La prima impressione, sopratutto per quanto riguarda l’impronta sonora, è di stringere tra le mani un disco prodotto nel Nord Europa; atmosfere rarefatte, suoni clean ma con un lavoro fine sull’effettistica e interplay giocato molto sul piano dell’accompagnamento, più che su quello del solismo nevrotico.
Poi, si da subito, riconosciamo elementi che provengono chiaramente da un background progressive rock per via dei frequenti ostinati all’unisono, e a parti scritte in equilibrio su metri non proprio convenzionali.
Però permane sempre un’impressione: non riuscire perfettamente a racchiudere questo esordio discografico in nessuno scompartimento della nostra parete.
Ultimamente mi son reso conto che, con l’ascolto di nuove proposte musicali, si stia creando un nuovo scompartimento, generato quasi spontaneamente. L’ho battezzato qualche mese fa come “Nuova improvvisazione musicale italiana”.

(Complimenti per la fantasia…) 

Quali sono le caratteristiche necessarie per meritarsi un bel posto in quest’angolino?
Beh, per quanto sia difficile accettare e adottare nuovi criteri classificatori, ci sono evidenti fattori che uniscono i dischi qui riposti:

  • Tendenza alla ricerca melodica
  • Esigenza di instaurare un impianto narrativo attraverso la singola traccia e l’intero progetto discografico
  • Amalgamare l’intervento creativo e improvvisativo tra soli, interplay e accompagnamento senza darene necessariamente una distinzione di valore.

I Wasabi Quartet escono quindi con un disco che si riconosce retrospettivamente in questo filone estetico, pur mantenendo un’originalità, un gusto compositivo e un’impronta sonora che viene da una profonda riflessione e sensibilità artistica.

Magari sarà uno dei primi tasselli per creare anche nella vostra parete attrezzata uno scompartimento simile al mio, mettendoci alla scoperta di un panorama musicale nuovo, entusiasmante, in crescita e (perché no?) bello.

 

Wasabi-800x533

 

Conosciamo meglio Walter Pignotti, compositore e leader del gruppo.

  • Quali sono i tuoi modelli stilistici (generi, gruppi, artisti)?

 

Quando ho iniziato a suonare la chitarra a 13 anni il mio obiettivo era diventare un chitarrista rock. Per questo motivo, durante l’adolescenza, mi sono fatto una cultura su questo genere, sia pratica che di ascolti, assorbendolo in tutte le sue sfaccettature: hard, metal, prog, ecc… Poi mi sono preso una bella cotta per il blues e, dopo poco, insegnanti e amici mi fecero notare che lo suonavo molto meglio del rock. Era vero, e da lì il passo per arrivare al jazz è stato breve. Credo che poi sia stato fondamentale per me incontrare la musica di Pat Metheny. Nel 1998 lo ascoltai per la prima volta al Teatro Dell’ Aquila di Fermo e da quel momento qualcosa in me è cambiato. Allora avevo 20 anni e in quel momento ero alla ricerca di una direzione. Quell’incontro mi fece capire cosa volevo fare e che avrei dovuto studiare duramente per ottenerlo. Oggi come allora ascolto molte cose diverse tra loro, ma se dovessi scegliere solo un paio di nomi su tutti citerei Bill Frisell e John Zorn. Entrambe questi musicisti, anche se con approcci differenti, riescono a frequentare i mondi musicali più disparati: l’improvvisazione “radicale”, il bebop, la melodia e la scrittura più rigorosa. Mi riconosco nella loro visione della musica.

 

  •  Possiamo parlare di concept album? Qual è l’idea che sta dietro ai titoli e il progetto grafico di ZeroZen di Wasabi?

 

Non sono partito con l’idea di creare un concept album ma, a lavoro ultimato, mi sono reso conto che diverse cose nel disco erano collegate tra loro e formavano un legame tra la musica, i titoli e l’artwork. Questo a dimostrazione che esiste una parte non cosciente in noi che ci guida nelle scelte, soprattutto artistiche. Diversi anni fa, quando studiavo con il compianto Davide Santorsola, mi fece notare che uno dei concetti chiave che definiscono il jazz è quello della “trasfigurazione”. Un fenomeno che ha la tendenza ad evitare la perentorietà dell’enunciato musicale mettendolo costantemente in discussione. Questa parola mi è rimbalzata in testa per diverso tempo e credo alla fine sia confluita nel mio discorso musicale. Nella copertina del disco viene riproposta l’opera d’arte contemporanea “roulotte” di Karin Andersen, che gentilmente ci ha concesso l’utilizzo del suo lavoro. Quest’artista ha fatto dell’ antropomorfismo uno dei punti focali del suo lavoro di ricerca e, allo stesso modo, cerco nelle mie composizioni di trasfigurare un’idea cambiandone i parametri canonici oppure mettendola in contrasto con altri materiali sonori. Molto spesso sono gli altri componenti del gruppo che trasformano un brano cambiando l’ordine della struttura oppure aggiungendo e togliendo elementi. Infatti molti brani del disco sono completamente diversi rispetto alla prima stesura che abbiamo suonato in sala prove.

 

  • Sei sempre in equilibrio tra composizione e improvvisazione: quali sono le caratteristiche che apprezzi e disprezzi di entrambe queste pratiche musicali?

 

Sia nella composizione che nell’improvvisazione ciò che amo di più è la capacità che ha il musicista di raccontare una storia. Come ascoltatore mi piace essere catturato dall’inizio alla fine da ciò che sento e, con il tempo, ho notato che questo accade solo quando il compositore/improvvisatore utilizza un qualche tipo di logica in ciò che fa. Questo mi succede anche ascoltando forme musicali radicali e d’avanguardia in cui l’esecutore, nei casi più riusciti, sa esattamente indicarti la direzione che vuole prendere.
Non amo invece l’aspetto competitivo dell’improvvisazione. Il fatto che soprattutto noi maschi facciamo spesso la gara “a chi ce l’ha più grosso”. E’ un’ abitudine che oltretutto tende ad omologare gli stili e a creare imitatori; è un vero peccato.

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