di
Emanuele Franceschetti

Il lavoro che Lucio Matricardi sta portando in giro per le Marche e per l’Italia è una confessione leggera e appassionata, un diario intimo redatto senza manierismi né stucchevolezze. Sogno protetto (2016) è un bel disco, e lo si può dire senza temere le ambiguità di un’espressione così semplice: è un bel disco perché, in piena controtendenza rispetto ai monologhi dai facili lirismi di molta (troppa) popular music, getta lo sguardo oltre la sua siepe. Racconta storie, osserva, si fa testimone di altre vicende, di altri viaggi, di altri sogni. È un bel disco perché la dimensione quasi cameristica degli arrangiamenti, grazie anche alla perizia dei musicisti, non priva mai i brani di spessore e consistenza: al contrario, lascia la voce in sereno equilibrio sulla trama musicale. Mai scontata, peraltro: si ascolti, ad esempio, il bel contrappunto tra flauto e chitarra nel brano La Zingara, i cambi di tempo in Marinai, i felici momenti di improvvisazione strumentale in Le mille e una notte. I brani, nel loro vestimento acustico, sfoggiano tutti i colori che i tanti strumenti (archi, percussioni, fiati, chitarre acustiche, mandolino, oud..) permettono. Questa ricca collezione di suoni rende ancora più semplice scovare, nelle canzoni di Matricardi, i robusti ‘bagagli’ musicali portati con sé: la canzone d’autore italiana e francese, la musica brasiliana, il jazz, il tango. Esperienze e radici che contaminano i tredici brani del cantautore fermano. Che dimostra, con questa raccolta, come sia possibile farsi ascoltare e far divertire, senza mai cedere di un centimetro rispetto alle proprie esigenze espressive. E non è poco.

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