Appunti para-musicali sul Festival di Sanremo

Quest’anno abbiamo cercato di compiere questo esperimento: seguire il festival di Sanremo.
Lo facciamo in due modalità: in diretta, tramite il nostro Twitter, affidato ai commenti anche caustici e irriverenti spesso caratteristici dei cinguettii online; il giorno dopo con un piccolo intervento come questo nel blog.
La durata delle puntate dipenderà da chi legge e da chi scrive (come è ovvio)… quindi iniziamo, senza troppe distrazioni!

Il “Festival di Conti” sembra aver oliato la sua formula e gli interventi strappacuore sono curati con lo zelo che la De Filippi dedica ai suoi programmi: quindi, funzionano (purtroppo). Sistemiamo un po’ tutti e teniamo un profilo basso; anzi, medio e mediocre. Questo piace.

Ma entriamo nella musica che, finalmente, sembra esser stata posta come protagonista della serata introduttiva. Non ci aspettavamo certamente di ascoltare i nuovi Peter Gabriel, Al Jarreau o Madonna, quindi tutto è sempre contestualizzato in quell’aria di mediocrità che rende tutto più “alla portata di tutti” perché, come ci si ricorda ad ogni respiro del presentatore, “tutti cantano Sanremo”.

Dal disastroso inizio di gara affidato a Giusy Ferreri con quella che sembra essere una meta-canzone mal scritta e poco adatta alle sue peculiarità vocali, andiamo incontro ad un leggero e lento crescendo.

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Fabrizio Moro dona un po’ di bella raucedine ad un pezzo scritta da manuale del pop radiofonico, con una buon’apertura sul ritornello e che scorre via bene.

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Elodie, inaspettatamente big, presenta una canzone che non valorizza la sua voce e le sue possibilità espressive, ma non appena arriva la Comello si fa rimpiangere alla grande.
Ecco, Lodovica Comello rappresenta il primo vero scivolone della scelta dei cantanti del Festival: viene presentata come “artista che sa fare tutto”, ma (mannaggia) non sa cantare.
No, questo non è esser cattivi; è valutare l’esperienza sul palco ed il tipo di vocalità che non regge un acuto, non regge la tenuta ritmica dell’orchestra e non regge l’ascolto.

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Fiorella Mannoia sembra esser la vincitrice annunciata di questo Sanremo2017: applaudita, idolatrata e tanto attesa.
La canzone è nel tempo, sì, ma ormai la Fiorella è un’epigono di forme applicate alla scrittura della canzone un po’ ovunque da Mengoni alla Mannoia stessa. Riesce per questo ad arrivare all’ascoltatore con la strategia del “già sentito” e del “subito cantabile” (con buona pace delle teoria del buon Leonard B. Meyer). Timbro particolare come sempre ma, purtroppo, per nulla interessante nell’interpretazione.
Vincerà: rappresenta alla perfezione lo spirito del Festival. Mediocre e sopra la superficie delle cose.

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Ermal Meta sembra un ragazzo che potrebbe dare molto di più. Sappiamo benissimo che sa scrivere testi e melodie più intense e profondi di ciò che abbiamo ascoltato ieri. Sarà stato sottoposto anche lui alla condanna del Letto di Procuste sanremese…

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Sapete una cosa? Una delle canzoni scritte con più gusto è quella affidata ad Al Bano. La sua Di Rose e di spine è garbata e veramente ben orchestrata. Canzone quasi da musical e sicuramente più interessante di tutti i momenti musicali di La La Land. Meno esplosiva e potente rispetto agli standard del cantante, ma forse pensata per una vocalità che, purtroppo sta cambiando. A giudicare la performance, sembra che il cambiamento fosse proprio necessario e, anzi, era da fare con più prepotenza. Richiederebbe un secondo ascolto.

Quindi, il podio virtuale di oggi:
-Cortellesi-Albanese
-Al Bano
-Ermal Meta

A stasera, su Twitter!

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