C’era un tempo (neanche troppo tempo fa, a dire il vero) in cui l’Internet era un posto migliore: i vincoli formali erano molto meno esigenti e, spesso, chi aveva un contenuto interessante non si faceva problemi a proporlo in maniera fantasiosa, inedita e, forse, anche un po’ azzardata.
Sandro Di Pisa è stata una scoperta di molti, circa 5 anni fa, con un video divenuto letteralmente virale tra i musicofili sparsi nel mondo “Social”: il video vedeva come protagonista un chitarrista, dal look ammiccante ai magnifici ’70, che sorprendeva tutti con una trasposizione chitarristica del famoso intro di Firth of Fifth dei Genesis.
Da lì un pastiche organizzato di citazioni, rimandi e battute che svelavano un chiaro progetto: trasmettere, tramite la risata, l’amore per la musica.
Seguivano altri video che venivano condivisi dagli amici musicisti e che svelavano una freschezza e una predisposizione alla risata intelligente unica.
Fu così per “Ammazza la vecchia…corso rapido di Armonia”!
Oggi, i numeri che si possono leggere sotto questi due video, possono non destare sorpresa e scalpore se letti in relazioni ai video virali degli youtubers contemporanei (con diversi “zero” in più in coda…).
Sarà questione di forma, di argomento o di età dell’attuale utenza media?
Per ora, forse, non dovrebbero interessare molto queste questioni, ma dovremmo concentrarci di più sulla relazione tra forma e contenuto nella divulgazione musicale: Sandro Di Pisa è stato un esempio di come poter aprire un dialogo tra l’utente web e la cultura musicale.
Chiunque mastichi un po’ di musica capirà quanto lavoro, impegno e competenza richieda questo tipo di attività.
Ma anche tutti sentiamo quanto possa esser necessario comunicare e collaborare, per diffondere la musica come cultura e non solo come intrattenimento.
Ecco: “cultura” e “intrattenimento”, perché non farle collaborare per un solo obiettivo?
 sandro-guitar-di-pisa-ride
– Ciao Sandro, come è nata l’idea di pubblicare dei video didattico-umoristici su Youtube?
Ho sempre avuto questo approccio umoristico alla musica e lo esprimo sia quando la suono che quando la insegno. Penso che il modo migliore per fare le cose seriamente sia proprio quello di non prendersi troppo sul serio. Ad esempio nei miei concerti di Jazz cerco di divertire il pubblico, anche quello dei non specialisti, infilando a sorpresa delle citazioni di canzoncine famose, di sigle televisive, di spot pubblicitari o pezzi dei cartoni animati all’interno delle mie improvvisazioni. Anche quando insegno  cerco continuamente di trasmettere agli allievi il gusto per la sorpresa musicale, per il divertimento intelligente. Divertirsi: dal Latino di-vertere, cioè cambiare direzione, trovare soluzioni creative e sorprendenti. Un concetto che non vale solo per chi fa musica, ma anche per chi la ascolta. L’ascolto, quando è consapevole e non passivo, può diventare un processo creativo, un momento di libertà. Così negli anni ho sviluppato i progetti di “Ridere con le orecchie” e quelli della “Ri-Di-dattica Musicale”. Poi per divulgare queste idee la conseguenza inevitabile è stata produrre dei video, sia pur casalinghi,  e aprire su Youtube il canale dipisaund che, senza essere pubblicizzato, sta riscuotendo un successo notevole in termini di visualizzazioni e soprattutto in termini di gradimento.
 
-Pensi che questo possa esser un buono strumento per iniziare un dialogo proficuo su argomenti quali, ad esempio, “teoria musicale”?
Ti dirò di più. Forse esagero, ma credo che la “Ri-Didattica” possa diventare una vera e propria disciplina musicale. Ad esempio le “Canzoni che spiegano se stesse” costituiscono un sistema efficacissimo per far capire a chiunque le strutture ritmiche, melodiche, armoniche, le forme e gli stili musicali, dal Blues al Rock Progressivo, dal Be Bop alla Latin Music. Forse ti sembrerò un po’ folle, ma il mio obiettivo è riscrivere in chiave Ri-Didattica non solo la Teoria, ma anche la Storia della Musica, almeno quella Jazz-Rock-Pop del Novecento. Credo che ci sia bisogno di dare delle sane istruzioni per l’uso dell’orecchio, non solo di quello musicale. Soprattutto in un mondo come quello di oggi, in cui spesso l’immagine predomina sul suono. Un mondo dove tutti urlano e nessuno si ascolta.
-Qual è la tua formazione artistico-musicale?
Ho collaborato con innumerevoli musicisti e gruppi jazz come chitarrista, compositore e arrangiatore, ma ho lavorato anche in ambiti di teatro comico-musicale nelle vesti di cabarettista, cantante e autore di testi. Sono laureato in Musicologia al Dams di Bologna e da trent’anni svolgo un’intensa attività didattica e divulgativa con pubblicazioni di metodi, saggi e trattati come “Psicologia dell’improvvisazione”, “Mille modi di suonare il Blues”, “SwinGuitar”. Attualmente insegno Chitarra moderna, Armonia e Storia del Jazz a Milano e suono con diverse formazioni, sia a mio nome che a nome di altri musicisti. 
-Hai programmi futuri per il progetto “Ridere con le orecchie”?
“Ridere con le orecchie” è anche una live performance che ho già presentato già alcune volte da solo o col mio quartetto, ma è un’idea talmente originale che diventa difficile “venderla” perché non si sa in quale circuito collocarla. E’ un concerto serio o è Cabaret? E’ Jazz o è Teatro comico? E’ una lezione o un  gioco con supporto multimediale audio-video? In genere lo propongo come Spettacolo/Seminario/Concerto e all’inizio la gente non sa bene cosa aspettarsi. Poi si diverte tantissimo e alla fine, senza accorgersene, ha anche imparato un sacco di cose.
Adesso, come ti ho già accennato, vorrei completare il discorso che ho intrapreso coi video aggiungendo altre produzioni, che però non credo darò in pasto alla rete. Dovrebbe venirne fuori una Enciclopedia Ri-Di-dattica degli Stili musicali e un Metodo Ri-Di-dattico di improvvisazione e arrangiamento, dedicato soprattutto alla chitarra. 
 – Altri progetti?
Musica dal vivo sempre, finché respirerò. Ad esempio il “Juke-Box Duo” che propongo con un contrabbassista. Diciamo al pubblico di richiederci brani di qualsiasi genere o epoca e li eseguiamo seduta stante, arrangiandoli al volo in versione jazzistica. E’ una formula concertistica ad altissimo fattore di rischio, ma finora ha funzionato alla grande. Comunque l’importante è continuare a suonare quella cosa meravigliosa che ci ostiniamo a chiamare Jazz, anche se questa parola oggi sembra quasi fare paura a qualcuno. Soprattutto a chi non è capace di “ridere con le orecchie”.
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