Ascoltando ‘Changes’, il nuovo lavoro di Claudio Leone

di Emanuele Franceschetti

 

Durante uno dei celebri ‘Young people’s concerts’, serie di concerti a scopo divulgativo-didattico tenute dall’indimenticato Leonard Bernstein per quasi quindici anni, il direttore americano dimostrò al suo pubblico ‘non-specializzato’ quanto fosse ardua, con buona pace delle nostre abitudini e semplificazioni, la definizione di ‘Musica Classica’: ogni formulazione affrettata rischiava –e rischia- di risultare approssimativa e parziale. Ecco: a tutt’oggi, dopo decenni di riflessioni, elaborazioni teoriche e pubblicazioni, sembra che quel problema valga –probabilmente in maniera ancora più problematica- per chi voglia occuparsi del Jazz. Che, ostile più che mai a dichiarazioni di estetica e poetica, si mostra come una tradizione costantemente ridiscussa, radicata e mobile a un tempo, bisognosa ancora di contaminazioni e aperture: l’improvvisazione, il suo codice fattivo, trovando la propria ragion d’essere nel suo farsi, in tempo reale, come composizione non-mediata, ne mantiene immutata la vitalità, attraverso performances che si nutrono di costanti relazioni tra i musicisti coinvolti.
Il disco di Claudio Leone –chitarrista romano, classe 1987, laureato al Berklee di Boston e con già una significativa esperienza musicale alle spalle- andrebbe ascoltato (e goduto) esattamente in quest’ottica. Changes, composto quasi esclusivamente di materiale originale, inciso in trio con Stefano Battaglia al contrabbasso e Francesco Merenda alla batteria ( e prodotto dalla Emme Record Label ), sembra non voler fare a meno di delle possibilità timbriche, armoniche e compositive che un robusto apprendistato accademico, una sicura frequentazione della tradizione e un consolidato interplay con la sezione ritmica offrono. La rinuncia al pianoforte e alla sezione di fiati condensa inevitabilmente il tessuto musicale in un’asciuttezza che, nella sua essenzialità, non soffre però di perdite d’equilibrio, e procede sicura, alternando momenti di più marcata cantabilità (Hope), ad episodi di maggiore articolazione. Con la stessa naturalezza il trio di Leone riesce ad esplorare una ricca gamma di sonorità: dall’esordio di Changes, dove il drumming sicuro e la chitarra distorta sintetizzano una fusion spigliata e uno swing della miglior maniera sulla struttura armonica di un rhythm changes, alla bella The winter in Boston, dove un’interessante lavoro con l’archetto di Battaglia si ‘apre’ alla melodia articolata, di largo respiro, della chitarra di Leone. Le influenze dichiarate (Hekselman, Metheny, Jim Hall) e quelle percepite da chi scrive (Scofield, Rosenwinkel) non si rendono mai presenze ingombranti, o citazioni di maniera: Leone ‘dimentica e metabolizza’ bene, come insegnano i maestri.

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