di E. Franceschetti

 

E’ infrequente (se non raro) che un regista riesca ad essere credibile e appassionante andando dichiaratamente e palesemente oltre la configurazione e l’intenzione autoriale. E’ sicuramente il caso del Trittico pucciniano per il Teatro dell’Opera firmato Damiano Michieletto (e diretto dal bravissimo Daniele Rustioni), quarantunenne regista odiamato e richiestissimo dai più prestigiosi teatri del mondo, che ha fatto dell’inclinazione al sovvertimento il suo reale punto di forza. Persino nelle esagerazioni delle ‘dichiarazioni di poetica’ –calcolate ad arte, s’intende, come è ovvio per un artista intelligente, e innegabilmente astuto: come quando, lavorando all’ Opera da tre soldi brechtiana, minaccia/promette che farà dimenticare Strehler. Oltretutto, allestendola proprio nel teatro intitolato al leggendario regista triestino, il primo a portare in scena in Italia l’opera di Brecht, nel 1956.Eppure questo Trittico, convince e stupisce, senza l’artificio di spettacolarizzazioni gratuite ed esasperazioni inopportune. Niente di più lontano, oltretutto, da qualunque idea di frammentazione e de-strutturazione di livelli di matrice brechtiana: nessuno straniamento, nessuno shock.

Al contrario: se i tre atti unici di Puccini, composti tra il 1913 e il 1918, sono dichiaratamente indipendenti, e concepiti per essere giustapposti uno dopo l’altro come tre piccole opere autonome, Michieletto inventa una circolarità ed una continuità: motivica, drammaturgica, scenografica. I container del porto industriale dove si consuma il ‘delitto passionale’ del Tabarro, si aprono tramutandosi negli interni del penitenziario al femminile, dove la Suor Angelica estatica e profumata d’incensi di monastero che tanto aveva sedotto Puccini cede il posto ad una detenuta fuor di grazia di Dio, schiacciata dal peso di una maternità negata. Ma Angelica, si badi bene, è la Giorgetta del Tabarro, nemmeno uscita di scena al mutar dell’atto. Michele, dopo averle rivelato il cadavere di Luigi, le aveva mostrato le scarpette del loro piccolo figlio scomparso, in un gesto di vendetta quasi sadica, cieca. Ecco che la genitorialità –distrutta, vituperata- contrappunta e semantizza un’esistenza senza respiro, diventando motivo conduttore di entrambe le opera.
In Gianni Schicchi la ferocia di cui la commedia è animata, sembra redimersi e mitigarsi nelle buone intenzioni che animano la frode di Schicchi: stavolta, la paternità è riconciliante, amorevole. Quando i preziosissimi interni di casa Donati si chiudono, però, ritroviamo i container del Tabarro. E le stesse scarpette, che mutate di segno, diventano offerta benaugurale di Schicchi per il matrimonio della figlia. Una circolarità ‘aperta’, oltretutto, che non lascia privi di qualche inquietudine. Offrendo al capolavoro pucciniano, si licet, fascino e complessità ulteriori.

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