A NIGHT AT THE OPERA

Parte II: Lo studio di registrazione

Di Lorenzo Matricardi

La difficoltà maggiore per un gruppo rock composto da soli quattro elementi è il riuscire a riprodurre l’effetto di un ensamble orchestrale. Tanto per le parti strumentali quanto per quelle corali i Queen hanno ovviato a questo problema grazie ad uno sfruttamento innovativo ed estremo delle potenzialità dello studio di registrazione.
Ecco “A Night At The Opera”!

A Night At The Opera fu registrato tra l’agosto del 1975 e il novembre dello stesso anno in diversi studi di registrazione. Durante il lavoro di incisione furono costruiti strati su strati di armonie musicali e corali attraverso un lavoro di rara precisione e accuratezza. Importantissimo ai fini del risultato finale fu inoltre lo studio compiuto da Brian May sulla possibilità di creare con la chitarra suoni somiglianti a quelli di strumenti di un orchestra, come una tromba o un clarinetto. Chi assistette alle sessioni di incisione rimase oltremodo stupito di fronte alla minuziosa – se non addirittura maniacale – cura per i dettagli dei quattro musicisti. Il merito del risultato ottenuto in studio di registrazione va inoltre condiviso con l’allora tecnico del suono dei Trident Studios, Roy Thomas Baker, un fonico all’avanguardia che dimostrò di avere grande sintonia e affiatamento con il gruppo, assecondandolo in tutto e per tutto in questo ambizioso progetto.

A Night At The Opera fu registrato nel periodo di transizione tra gli studi a 16 piste e quelli a 24 piste; tutta la strumentazione era in grande evoluzione e i Queen furono ben felici di poter sperimentare le nuove possibilità offerte dal progresso tecnologico. Quando il supporto della tecnologia non fu sufficiente, la band inventò dei macchinosi e spesso divertenti escamotage per ottenere il risultato desiderato: ad esempio in Lazing on a Sunday Afternoon l’effetto megafono fu ottenuto immettendo la voce di Freddie Mercury in un’immensa consolle, la quale, a sua volta, la inviava ad un paio di cuffie poste in una scatola di latta. Nella scatola di latta c’era poi un microfono che registrava la voce che usciva dalle cuffie. Il tip-tap che si sente in Seaside Rendezvous fu realizzato “tamburellando” con dei ditali sopra una scrivania. Il rumore del vento nell’introduzione di The Prophet’s Song, invece, fu prodotto applicando un phaser ad un microfono appoggiato su un condizionatore d’aria. Nel corso delle sessioni di registrazione il brano che risultò maggiormente impegnativo fu ovviamente Bohemian Rhapsody, che richiese bene sei settimane di lavoro. Nella sezione centrale della canzone i Queen hanno voluto ricreare l’effetto di una sezione corale operistica di 200 elementi. Gli addetti ai lavori dell’epoca raccontano di come le infinite sovraincisioni finirono per consumare il nastro, che divenne completamente trasparente.

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