di Simone Spitoni


Journeys to Glory,
esordio discografico degli Spandau Ballet, è per chi scrive uno dei migliori esordi nel pop britannico. Correva l’anno 1981 e le fredde notti londinesi erano movimentate dai New Romantics, figliocci del Bowie berlinese e dei Roxy Music più decadenti, amanti della discomusic come dei primi pionieri synthpop (Kraftwerk e Yellow Magic Orchestra), alfieri del travestimento carnevalesco e del make-up: una elite di ragazzi appartenti alla classe operaia alla quale spettava l’arduo compito di definire il manifesto creativo degli anni Ottanta, e gli Spandau Ballet si muovevano in questo ambiente da assoluti protagonisti.

Spudorati, incoscienti e coraggiosi, si distinguevano dalle mille band nate dopo l’esplosione punk scegliendo di suonare in luoghi non tipicamente adibiti alle performances musicali (da segnalare la loro prima apparizione a bordo della famosa petroliera Belfast) e non andando a ricercare le case discografiche ma facendo sì che fossero loro a cercare il gruppo. Fu la Chrysalis ad aggiudicarsi il gruppo più in voga dell’underground londinese. Anticipato nel dicembre 1980 dal singolo To cut a long story short, frenetico manifesto sonoro della scena New Romantic (e che ispirò i Depeche Mode di I just can’t get enough) il 6 marzo 1981 esce Journeys to Glory. Ed è davvero il primo passo per un viaggio verso la gloria per uno dei gruppi simbolo degli anni Ottanta, insieme agli amici/rivali Duran Duran.

In questo esordio si respirano a pieni polmoni tutte le influenze musicali del leader del gruppo, il chitarrista Gary Kemp. Bowie, i Roxy Music, il nuovo funk d’Oltreoceano e i Kraftwerk convivono felicemente ed in maniera equilibrata. Spicca una vena di poesia decadente, con uno spruzzo di sana ingenuità giovanile, nei testi ricercati di Gary Kemp. Caso pressochè unico nella loro discografia, a dominare sono i sintetizzatori e non il suono raffinatamente pop/soul che li renderà celeberrimi. Dal punto di vista musicale, la band si muove già dell’esordio molto bene e spicca il grande talento di Tony Hadley alla voce e di Steve Norman (più noto in futuro nel ruolo di sassofonista) alla chitarra ritmica e alle percussioni. Il freddo sintetizzatore si unisce alle calde ritmiche nere: Reformation e Mandolin sono sia piccole perle di romanticismo decadente come perfetti brani per danze frenetiche in discoteca; Musclebound azzarda l’equazione funk più realismo socialista sovietico, la strumentale Age of Blows è un ottimo esempio di new wave degna dei primi U2 o Simple Minds, brani come Confused e Toys, oltre a dimostrare pienamente le grandi doti vocali del cantante Tony Hadley, indicano quanto la band ami David Bowie e i Roxy Music post-Siren.

Spiccano in questo brillante contesto episodi di purissimo funk/punk come The Freeze e Glow sui quali tantissime band ”indie” degli anni Duemila (qualcuno ha nominato i Franz Ferdinand?) hanno studiato ma hanno colpevolmente dimenticato di citare gli originali. A una critica principalmente freddina si contrappose invece un riscontro molto positivo dal punto di vista delle vendite, in madrepatria come in Germania, Francia e Spagna.

Il nostro paese li scoprirà solo nel 1984, ma non li abbandonerà più.

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