Stefano Giannotti – Oteme

Progressive? Elettronica? Musica sperimentale sì, ma…di che tipo?
Dopo  un primo ascolto delle composizioni di Stefano Giannotti ci siamo ritrovati a contemplare più domande che certezze sul suo operato musicale. Diciamo questo perché, al contrario di molta musica di ricerca contemporanea, la musica del compositore lucchese ritrova il contatto con il suono della materia, della voce, degli elementi del quotidiano e ci presenta del materiale musicale gratificante sin dal primo ascolto.

Gratificante, concreto, ma pur sempre un lavoro criptico nella sua propria varietà.
Il nostro primo contatto con la musica di Stefano Giannotti è avvenuto con Amore mio , lavoro del 2012 tutto raccolto intorno al tema dell’amore. Amore mio ha anche ricevuto una Nomination al Prix Italia 2013 nella categoria Radio Music ed è risultato anche finalista della stessa edizione.
Il lavoro è un caleidoscopio di influssi musicali e di echi, neanche troppo lontani, della ricerca del teatro musicale degli anni ’60 e ’70. Teatro musicale che sembra essere terreno florido per lo spunto ideativo delle opere di Stefano.
L’ironia è la cornice necessaria per ben comprendere l’enorme lavoro svolto dal compositore sul piano tecnico, espressivo e ideativo dell’opera.
Alcuni esempi:
-In “I love you” troviamo la voce di un idealizzato crooner, ma affetto da raucedine. Lo sviluppo del brano sarà quindi costruito sul suono concreto dei gargarismi che lo stesso è costretto ad imporsi pur di riuscire a completare il brano.
-“Claudia ride”, se pur con elementi molto diversi dal precedente, fornisce un magistrale uso delle tecniche  di campionamento applicate ad una risata. L’accumulazione di tecnica di elaborazione del suono vengono impiegate per far istituire una griglia ritmica e, a tratti, anche armonica alla risata.
-“Amore mio”, brano che dà il titolo alla raccolta, si presenta addirittura 2 volte: in declinazione maschile e femminile. Entrambe le volte una voce usata al limite delle soglie dell’intonazione ci trasmetterà delle sensazioni che, per quanto ci riguarda, non son per niente banali nella loro complessità.
Amore mio però ci sorprende continuamente: con “I feel bad” sembra quasi di essere improvvisamente piombati in una canzone di James Taylor che però riesce a dialogare con elementi sonori e musicali presentati in brani precedenti o anticipatori di tracce successive.

Ci siamo innamorati della spontaneità con cui la musica di Stefano Giannotti riesce a dialogare con l’ascoltatore e ci ha colpiti molto la cura che ad ogni brano viene dedicata.
Speriamo di fare cosa gradita nel dedicare un po’ di spazio ad una nostra intervista al compositore.

 

Buona chiacchierata!

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Cos’è OTEME?

SG – OTEME, acronimo di OSSERVATORIO DELLE TERRE EMERSE, è un ensemble di musica contemporanea a geometria variabile, con cui affronto quella parte del mio repertorio dedito sia alla musica da camera, sia alla canzone d’autore. Dato un nucleo centrale di musicisti, a seconda dei progetti scegliamo l’organico, e anche all’interno dello stesso progetto non tutti suonano sempre. Dunque lo definirei un’ensemble-progetto, a mezza strada fra un gruppo cameristico ed una rock-band.

 

Nella tua musica si riscontrano costantemente richiami a un moltitudine di generi musicali differenti. Che significato ha per te il termine “ibridazione”?

SG – Per me l’ibridazione è da sempre stata fondamentale. Un po’ per necessità (quando ero bambino dovevo realizzare i mie progettini di canzoni con ciò che avevo a disposizione, chitarra, piano, armonica a bocca, barattoli su cui battere il tempo, flauto dolce, ocarina e 2 registratori a cassette); a 15 anni scoprii UMMAGUMMA dei Pink Floyd che fu una rivelazione, soprattutto lo studio-album; a 17 INCANTATIONS di Mike Oldfield e ROCK BOTTOM di Robert Wyatt. Successivamente mi avvicinai a Stravinski, Brian Eno, Cage, Rimski Korsakov. A 20 anni altre rivelazioni: i Penguin Cafe Orchestra, Steve Reich, Alvin Curran (con il quale ho studiato e successivamente lavorato come assistente). Tutte grandi scoperte, in mezzo a tante altre, che mi hanno portato a fare dell’ibridazione una vera e propria disciplina. Da molti anni applico l’idea di spostare gli elementi dal loro contesto; ecco allora che “Il giardino disincantato” diventa un funky dominato da banjo e arpa, “L’abbandono” un quasi-jazz con elementi free, ma interamente affidato a strumenti da orchestra, “La grande volta” un brano da documentario sulla savana con parti fugate ed un monologo improvvisato al basso tuba…

E’ implicita nei tuoi lavori un’idea di fondo che riesce a connettere i brani in un’unica struttura di fondo. I tuoi sono però effettivamente dei “concept album”?

SG – Non saprei… per anni, da adoloscente ho creato concept-album su cassetta, vere storie alla THE LAMB LIES ON BROADWAY per intenderci; e da poi che lavoro per la radio (circa 25 anni) ho creato una ventina di opere con un filo conduttore, ovvero una storia o un percorso narrativo acustico… nei miei album il filo rosso forse è più sottile, se sono concept-album non saprei dirti di cosa parlano; ci sono temi ricorrenti da un brano all’altro, ma non li descriverei come veri album-concept.

E’ solo una mia impressione o la tua musica è costruita costantemente pensando alla componente gestuale del suono che viene registrato?

SG – No, hai azzeccato il punto. Fondamentalmente mi sento un performer, anche quando lavoro in studio. E siccome oggi si lavora quasi esclusivamente in studio, vista l’enorme difficoltà ad organizzare concerti, è facile che il suono diventi gestuale. Mi spiego meglio; mi interessano i suoni che hanno una forte componente metaforica; mi interessano anche tutti gli altri suoni, ma mi accorgo che hanno più attrazione su di me quei suoni che mi rimandano ad una storia, anche astratta – naturalmente sto parlando ora del mio modo di fare radio, ma anche video, con le immagini adotto una disciplina simile; non ha importanza se il suono è ad alta fedeltà, non mi hanno mai interessato eccessivamente i soundscapes, mi sembrano monotoni, ad eccezione dei lavori di Andreas Bick, Hanna Hartman, Hildegard Westerkamp; più interessante per me è utilizzare ciò che trovo, come lo trovo e metterlo in relazione con altri elementi, creando in tal modo contrasti, analogie, significati, a volte in contesti molto ironici. Ho chiamato questa disciplina metafora sonora, ne puoi ascoltare diversi esempi nelle mie opere “Il tempo cambia” (1997/2003) e “Dialoghi” (2009), ma più o meno in quasi tutte le opere radiofoniche dopo il 2001. Con la canzone e la musica da camera impiego in buona dose la tecnica del contrappunto, che muove il brano in modo orizzontale e lo spinge in avanti, creando così l’idea di gesto musicale.

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Foto di Daniela Cappello

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Domanda “da un milione di dollari2: cosa deve ricercare la musica oggi?

SG – Grazie a cielo, ciò che le pare. Ognuno deve avere la sua musica (citazione da Cage) ed usufruirne come vuole. Sono d’accordo con Cage quando dice che l’uomo nei secoli passati si è speso per costruire cattedrali indistruttibili, monumenti mastodontici. Oggi, soprattutto nel 2016, crollate le cattedrali degli strutturalisti, grazie soprattutto ai musicsti americani il pop ed il contemporaneo colto hanno cominciato a dialogare. Pur suonando molto diversa, credo che la mia musica sia concettualmente vicina a quella di Frank Zappa (altra rivelazione di anni più recenti). Zappa innalzava il popolare ed il trash a livelli colti per rappresentare e criticare la società in cui viveva. Cage attraverso la sua opera costruiva un modello utopico di società anarchica, il non governo, il non potere. Kubrick spostava i generi in altri contesti e ne segnava la fine proprio perché ne creava l’ultimo, il migliore esempio. Credo che oggi la musica, l’arte in genere debbano ricercare grandi pensatori, artisti che vivano profondamente la loro epoca e che mettano amore e dedizione nella loro opera. A quel punto qualsiasi genere, qualsiasi ricerca, disciplina artistica, tendenza, vanno bene.

Tutti i link che riguardano il lavoro del compositore e le fotografie sono stati presi da :

http://stefanogiannotti.com/en/

http://www.oteme.com/

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