Demetrio Stratos in un concerto sperimentale Milano, 1975
Demetrio Stratos in un concerto sperimentale
Milano, 1975

Parte II:

Di Lorenzo Matricardi

Oggi, con il declino della vecchia vocalità cantata, si tende ad usare la voce come tecnica d’espressione. Io voglio spingere la mia ricerca più in là, fino ai limiti dell’impossibile. Faccio esperimenti sui suoni più acuti e sono arrivato fino a 7000 Hertz. Cerco di prendere tre o quattro note alla volta, di lavorare sugli armonici. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la tecnica di espressione, è più che altro una tecnica di controllo mentale, è un microcosmo ancora da scoprire.

Un elemento fondamentale nel lavoro di ricerca sulla voce condotto da Demetrio Stratos è l’intento pedagogico e divulgativo della sua attività di analisi. Egli riteneva infatti possibile per chiunque ottenere i suoi stessi risultati con la propria voce. È un discorso che va oltre la semplice capacità di intonazione del cantato e Stratos era convinto che si trattasse semplicemente di una questione di applicazione e consapevolezza dei propri mezzi fisici. L’unica strada per raggiungere i risultati sperati è l’esercizio, continuo e persistente. Stratos considerava infatti le corde vocali “allenabili” come qualsiasi muscolo del corpo, attraverso un duro esercizio e una costante sollecitazione. Così allenare i muscoli fonoarticolatori tramite esercizi specifici non era così differente dall’allenare le gambe per correre.
In un’intervista rilasciata nel settembre del 1978 Demetrio Stratos spiega:

La mia attività di ricerca ha bisogno di tre diverse tipologie d’approccio: una di tipo scientifico, in cui lo strumento-voce è “vivisezionato” e studiato nel suo funzionamento fisio-biologico. La voce è uno strumento interno di cui non si sa nulla: allora diventa necessario lavorare con scienziati, foniatri, che ti danno una mano a capire come funziona. Quando hai capito come funziona allora puoi tecnicamente ottenere delle acrobazie interne, un lavoro molto differente da quello che faccio con gli Area. Ma nonostante tutto a me non basta lavorare con uno scienziato. Perché la mia domanda è: «ok, d’accordo; la voce. Ma da dove cazzo viene?». Allora ho bisogno di uno psicanalista. Da Freud in poi la psicanalisi ha fatto enormi passi avanti sulla voce, sulla linguistica. Mi serve anche questo tipo di lavoro, più di pensiero. Infine uno studio etnomusicologico, cioè: «come cantano gli altri popoli? Come utilizzano la voce e con lei il corpo?». Quando hai tutto questo materiale, una preparazione su tutti e tre questi livelli, allora puoi correre il rischio di inventare tecniche nuove.

Desideroso di scoprire quali fossero le condizioni meccaniche che permettessero la realizzazione di un suono, Demetrio Stratos entrò dunque in contatto, nel 1977, con Franco Ferrero, noto studioso di foniatria e ricercatore presso il C.N.R. dell’Università di Padova. In particolare Stratos sentiva l’assoluta esigenza di scoprire come venissero realizzati determinati vocalizzi, in genere poco usuali nella cultura musicale occidentale. Gli esperimenti tenuti con Ferrero evidenziarono le straordinarie capacità vocali di Stratos: egli emetteva suoni che, realizzati attraverso la vibrazione delle corde vocali in diverse posizioni articolatorie, riuscivano a creare risonanze che sembravano bitonali. Tramite un inimitabile sfruttamento delle corde vocali poteva ottenere vibrazioni acustiche simili a quelle dello scacciapensieri, ma senza utilizzare alcuno strumento di supporto. Riusciva inoltre, con la bocca aperta e con grande sforzo, ad emettere fischi senza far vibrare le corde vocali.
Franco Ferrero commentò così i risultati dei test a cui sottopose Stratos:

Le corde vocali sono immobili, non vibrano. Mentre abbiamo un’emissione sonora chiarissima dalle labbra; quindi l’ipotesi che abbiamo fatto, che fosse un fenomeno di tipo fischio, dovrebbe essere quella corretta. La laringe è ridotta a una fessura, da cui esce un suono di altissima frequenza che raggiunge addirittura i 7000 Hertz, quasi a simulare le potenzialità del trillo dell’uccello.

Normalmente le corde vocali non riescono a superare una frequenza di 1000-1200 Hz e, come testimoniato da chi ha assistito ai test in studio svolti da Demetrio Stratos, era lui il primo a meravigliarsi dei risultati ottenuti con la sua voce. Ferrero ha inoltre sottolineato, in una recente intervista, che «Stratos riuscì a raggiungere un tale grado di sviluppo vocale perché aveva una gran voglia di capirsi e controllare determinate strutture che noi utilizziamo automaticamente».

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Parallelamente alla ricerca prettamente scientifica, Demetrio Stratos intraprese importanti studi in ambito etnomusicologico, in particolare cercando di osservare quali fossero il ruolo e la funzione della voce all’interno di culture musicali extraeuropee. Stratos rimase colpito soprattutto da alcune tecniche che permettevano la produzione simultanea di più suoni contemporaneamente: «I monaci tibetani, a 8000 metri, fanno questo tipo di, credo che si chiami “diplofonia”, cioè doppia voce. È una tecnica che richiede molta pazienza. Io credo che si possano costruire dei motivi. Io credo che loro facciano questa cosa qui ma non sono consapevoli della seconda voce. Voglio recuperare questo tipo di tecnica». Attraverso un lungo periodo di studio Demetrio Stratos fu in grado di padroneggiare diverse tecniche provenienti da culture dell’Asia orientale e, oltre alle diplofonie fu capace di produrre “triplofonie” e “quadrifonie”, realizzate fino a quel momento solo da monaci tibetani e da alcuni cavalieri nomadi della Mongolia.

Le ricerche sulla voce condotte da Stratos suscitarono l’interesse di molti studiosi e avanguardisti. Tra le varie collaborazioni che sorsero da questo interesse la più importante e significativa è stata senz’altro quella con John Cage. Stratos si avvicinò alle opere del compositore statunitense nel 1974, interpretando i suoi “Sixty-Two Mesostics Re Merce Cunningham” per voce non accompagnata e microfono, parzialmente inclusi nel disco antologico dedicato alla musica di Cage dalla Cramps Records, che inaugurava la collana “Nova Musicha”. Questa composizione, risalente al 1971, è un classico esempio della ricerca aleatoria sul suono perseguita da Cage per buona parte della sua carriera: si tratta di sessantadue blocchi vocali, composti da parole scelte in base allo I Ching. Una partitura vocale impegnativa dove l’esecutore è chiamato a leggere le parole e a interpretarle, non in base al tradizionale spartito, ma seguendo particolari accorgimenti grafici. John Cage era solito esaltare la casualità nelle sue composizioni. Egli ha inventato molte possibilità di fare musica non convenzionale – come il “piano preparato” – e la ricerca per certi versi analoga che Demetrio Stratos conduceva sulla voce umana non poteva non affascinarlo e coinvolgerlo: «La sua voce non è una voce in senso limitato, ma una voce che si estende al di là di ogni senso del limite». L’intento di Stratos era quello di apportare delle modifiche alla voce, che sentiva di poter spingere oltre i propri limiti e la collaborazione tra questi due ricercatori diede vita ad un’indagine verso qualcosa di insolito e innovativo: come la voce può diventare uno strumento “preparato”.

Quando, nel 1979, Demetrio Stratos fu colpito dalla anemia aplastica, molti musicisti (Area, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Banco del Mutuo Soccorso, Angelo Branduardi, Eugenio Finardi, PFM, Skiantos, Carnascialia, Claudio Rocchi e tanti altri) si mobilitarono per organizzare, in data 14 giungo, un concerto presso l’Arena Civica di Milano con lo scopo di finanziare la sua lunga e costosa degenza – in attesa di un trapianto di midollo osseo – presso il Memorial Hospital di New York. Il giorno prima del concerto però Stratos morì a causa di aggravarsi improvviso delle sue condizioni. Il concerto – successivamente pubblicato su un doppio album dal titolo “1979 Il Concerto – Omaggio a Demetrio Stratos” – divenne così un tributo per ricordare un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita alla musica e alla ricerca. Il suo decesso ebbe un eco fortissimo, tanto che furono costretti ad occuparsi dell’accaduto anche i media istituzionali (da Arbore in “L’altra domenica” a Mario Luzzatto Fegiz sul Corrire della Sera), ideologicamente e culturalmente lontani dal cosiddetto “circuito alternativo”.
Rimaneva comunque la grandezza del lavoro di Stratos, il suo desiderio di ricerca, la sua voglia di sperimentare, il suo spasmodico ideale di nuovi ed inediti codici espressivi. Rimaneva l’immagine di un frontman straordinario, dotato di grande carisma e considerato tutt’oggi un inimitabile funambolo della voce. Rimaneva una carriera ricca di esperienze; dagli inizi nei locali di Milano, passando per l’esperienza nei Ribelli, poi alla guida degli Area, fino ai meandri di una ricerca vocale che lo portò a esibirsi a fianco di John Cage tra Europa e Stati Uniti. Rimaneva il ricordo dell’uomo e dell’artista, dello sperimentatore e dell’attivista politico, di uno degli artisti più creativi della scena rock italiana. Per molti osservatori si trattò della fine di un’epoca, una sorta di simbolico commiato dagli anni ’70; la chiusura di un periodo di contraddizioni e violenza sociale, ma soprattutto di sincero idealismo, curiosità ed entusiasmo. Qualcuno disse che, se nella musica del Novecento, la “voce” fu Frank Sinatra, l’“altra voce” era di certo Demetrio Stratos.

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