Wilde e Pinter nel segno dei Beatles

beatles

Di Valeria Gaveglia

La commedia brillante dal titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde rappresenta il maggior successo registico di Ester Cantoni. Lo spettacolo, in seguito al buon risultato ottenuto nel 2012 presso il Teatro San Paolo di Roma, è tutt’ora in programmazione. La peculiarità della pièce sta nella sua insolita trasposizione temporale; ambientata nell’Inghilterra degli anni Sessata, quelli della così detta swinging London, quasi un secolo dopo rispetto all’originale. Dal punto di vista artistico e culturale non c’è dubbio che i Beatles rappresentino il simbolo di quegli anni e la Cantoni omaggia i Fab Four scegliendo alcuni dei loro pezzi come musica di scena per il suo lavoro. La freschezza e l’ironia caratteristici della drammaturgia wildiana non sono rinnegati in questo prodotto che, dal punto di vista registico, punta a rinforzare il carattere di attualità proprio de L’importanza di chiamarsi Ernesto. L’intreccio descrive un gioco di ruoli, un inganno, di cui il pubblico è al corrente e attende che anche i personaggi ne vengano a conoscenza. La pièce segue il suo percorso naturale, senza alterazioni testuali, e il pubblico a spettacolo concluso lascia il teatro pervaso da una carica di energia e vitalità sorprendenti. A generare la reazione positiva della platea non è solo la genialità dei paradossali dialoghi del drammaturgo Irlandese, e neppure l’indiscussa abilità recitativa degli interpreti; a sorprendere e destare l’attenzione degli astanti sono le note dei Beatles. Tre elementi generano l’atmosfera dello spettacolo: la scenografia, i costumi e la musica. I primi due creati ad hoc per la messa in scena, il terzo, invece, già compiuto eppure appropriatissimo. La pièce riscopre un’autenticità linguistica derivante dei testi musicali in inglese, che completano la messa in scena in quanto simbolo di un periodo storico, di una generazione e di un luogo. Questa commedia realizzata e ambientata nella seconda metà dell’Ottocento rivive nel segno degli anni Sessanta e in essa si compie un esempio di trasposizione temporale la cui attrice più carismatica e convincente è proprio la musica.

Ancora nel segno dei Beatles è lo spettacolo L’Amante di Harold Pinter, diretto da Massimo Mesciulan, in scena presso il Teatro Kopò di Roma nella corrente stagione teatrale. Si tratta anche in questo caso di un riadattamento testualmente fedele al dramma originale. Il “teatro dell’assurdo”, di cui Pinter rappresenta il nostro più contemporaneo portavoce, è proposto al pubblico della Capitale in una versione intrigante e ben riuscita. La messa in scena non solo vanta degli interpreti talentuosi ma ammalia la platea incuriosendola per mezzo di una geniale trovata registica: l’utilizzo della canzone A Day in the Life. In questo caso, a differenza che in L’Importanza di chiamarsi Ernesto, l’espediente utilizzato è quello della reiterazione del motivo musicale e nella fatti specie dell’incipit che recita: I read the news today oh boy/About a lucky man who made the grade/And though the news was rather sad/Well, I just had to laugh. La citazione ben sintetizza il messaggio alla base della pièce, evidenziando le intenzioni dell’autore: osserviamo anche stavolta un gioco di ruoli, i cui toni ironici fuorviano il pubblico dal comprendere la natura degli avvenimenti. Si assiste al dramma di due coniugi che, vittime della routine, decidono di rendere la propria vita una farsa, fingendo una condizione sentimentale e sessuale che li vede entrambi alle prese con i rispettivi amanti. La tragedia ha luogo solo nella mente dei due protagonisti, i quali appaiono sul palcoscenico disinvolti e pronti a gustare specialmente il lato comico della loro condizione, manifestato dal punto di vista scenico attraverso la pantomima di una serie di giochi erotici. I coniugi di L’amante, così come il pubblico, non hanno il tempo per riflettere, possono soro gustare l’immediatezza degli avvenimenti, cogliendo il messaggio che li invita a “just had to laught”.
I due spettacoli rappresentano un esempio di come le scelte registiche inerenti l’aspetto musicale di una messa in scena, svolgano un ruolo fondamentale in relazione alla loro analisi e comprensione. Nell’analizzare uno spettacolo spesso non si riflette a sufficienza sul valore simbolico che un pezzo musicale conferisce alla pièce, rischiando di alterarne il messaggio alla base di quest’ultima. L’importanza di chiamarsi Ernesto di Ester Cantoni e L’amante di Massimo Mesciulan ottengono il loro compimento artistico attraverso l’audace utilizzo delle canzoni dei Beatles, senza le quali i due spettacoli avrebbero subito una sorte differente, con ogni probabilità meno brillante.

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