G.L. Ferretti: Epica melica innodia salmodia

Di Edoardo Salvioni

11292775_1602199606663370_787819270_n

Pochi giorni sono passati dal recente annuncio che Giovanni Lindo Ferretti ha fatto, secondo cui la sua compagnia teatrale,musicale ed ippica (intesa come cura totale dell’animale in questione e non come finalità agonistica) è diventata una fondazione a suo nome. Indice che la volontà dell’autore sia quella di dare un peso latamente collettivo e verso una comunità in divenire, per quel che concerne la vita di montagna come riacquisizione dopo l’espropriante e velleitaria certezza che la vita urbana sia l’unica dimensione di vita e di dignità concepibile in questi tempi di velati, quanti edulcorati progressi. A dischiuderne la fallacia come grimaldello, il rapporto dell’uomo con quelle meravigliose ed enigmatiche creature che sono i cavalli, la loro storia di lignaggio e diffusione, dalle battaglie leggendarie dell’Iliade, passando per le cavalle maomettane, la cavalleria e le genti di Matilde di Canossa, le orde barbariche, tutte stazioni costituenti un’epica che probabilmente è una dimensione di racconto che regge tutta l’opera del cantore cerretano ed ultimamente ha costituito per lui una preminenza e permanenza centrale, come lo stesso spiega presentando Saga, il canto dei canti, spettacolo di teatro barbarico, in cui cavalli agiscono come forze e veri propri agenti di una storia che ha radici millenarie e variazioni secolari, come dice nella presentazione a Paroleacapo:

Si tratta di un progetto teatrale, perché nasce da un libretto d’opera. Ma anche presagio, egloga, scaturigine, requiem, vaticinio, ode e romanza diventato partitura musicale. Barbarico, con un mix di potenza sonora, sudore, polvere, e naturalmente qualcosa di montano, perché nato sui monti, e alimentato da paesaggi animali. Fatto di genti di cui racconta la storia a futura memoria, fissandone gesti, posture, modalità dell’essere radicati nell’epica, un grande segno d’appartenenza. Uno spettacolo folle, in un momento come questo di crisi economica, ma anche “romantico e coraggioso”. Sicuramente impegnativo, perché disdegna i camerini e necessità di scuderie capienti, non calca il palcoscenico ma l’arena, non mangia al ristorante e non dorme in hotel, ma bivacca in accampamento attorno alle stalle. Insomma si muove con ritmi da transumanza ma usa tecnologie e impianti sonori d’avanguardia”.

Non casualmente sin dai tempi dei primi manifesti dei CCCP Fedeli alla Linea campeggiano figure di cavalli e nomadi mongoli sulle piane del deserto del Gobi, e la dimensione cavalleresca si esplica sulle note di canzoni che valicano decenni quali Maciste contro tutti, Io e Tancredi, Cavalli e Cavalle. Come lo stesso autore afferma, senza il contatto con questi animali, la sua stessa dimensione esistenziale ed estetica non sarebbe stata la stessa, così come parlando del suo imprinting testuale ricorda con affetto i canti delle donne di quando era bambino, traduzione grezza e splendida delle cadenze delle terzine di Dante, delle ottave di Ariosto e Tasso, nei crinali appenninici. L’epica perduta e contenuta in questi animali e in questi frammenti orali, le grandi narrazioni al giorno d’oggi come imbellettate in una sorta di impossibilità di persuasione alla meraviglia, ritornano ad essere come una parola cantata, atta alla musica, una melica che sappia ridestare e tagliare la redine di questo grande nodo censorio del postmoderno, o della sua vulgata fatta passare come conditio sine qua non: l’impossibilità di fare si che la narrazione costituisca un mondo compiuto e decisivo di referenti, un mondo tangibile nel piacere di formulare e tenere a memoria vigile, pur nella fragilità di ogni significato e nella possibilità di oblio a cui tutte le storie della civiltà sono soggette.

Nota è l’ironia del cantante sulla sua riluttanza ad essere considerato cantante, preferendo ad essa il termine di cantore, un termine più consono alla lettura cantata, come nel caso degli inni e dei salmi liturgici, o come ricorda sempre con affetto per l’infanzia, degli stornelli maremmani e degli inni degli alpini, come dei canti popolari (non casualmente Ferretti ricorda che la sua prima canzone imparata e poi dimenticata fu quando nascesti tu, oltre a Maremma amara, stornelli di origine toscana, Il testamento del capitano, oltre a veri e propri inni e salmi cantati nei CCCP Fedeli alla Linea come Libera me domine, Dies Irae). Va ricordato come Ferretti sia stato un attentissimo ed appassionato allievo del grande etnomusicologo e fondatore italiano della disciplina, intellettuale purtroppo spesso troppo poco ricordato, Roberto Leydi, non nascondendo mai il suo amore per splendide cantrici come Giovanna Daffini, tanto da rieditarne una edizione dei suoi canzonieri e farne un tributo, e Giovanna Marini, oltre ad avere rivisitato la musica popolare con lo splendido connubio con Ambrogio Sparagna).

Passato recente e remoto, l’epica dei popoli perduti e della memoria animale, la melica difficoltosa, la parola che cerca di sventrare le riduzioni che il moderno e le sue posterità attuano, l’innodia e la salmodia come dimensione collettiva, pur nella sua secolarizzazione e banalizzazione attuale, (una messa quasi interamente cantata e non inframezzata, come già Benedetto XVI lamenta nella sua introduzione alla liturgia ance come fatto musicale, sarebbe una restituzione della forza estetica del rito e della celebrazione come nei tempi antichi), in uno spazio trascendente e ricomprensivo concorrono tutte alla realizzazione di Saga, il canto dei canti.

Un progetto ambizioso, che oltre ad essere un curioso connubio di lacerti di melodramma, di recitativi in italiano e latini, inserti elettronici con musicisti del calibro di Lorenzo Esposito Fornasari, già allievo di Ferretti alla Bottega di Bologna, e Pat Mastelotto dietro le pelli dei pezzi, oltre all’orchestra del disco (sì, proprio il batterista dei King Crimson!), è proprio una ricapitolazione del mondo interiore del cantante emiliano, ed un ironico coacervo di cose apparentemente impensabili per un habituè dell’immediatezza del punk o del canto a cappella, certamente non così distanti anni luce per chi segue questo curioso barbaro multiforme:

C’è la dimensione arcaica e quella moderna. Il difficile è stato trovare il perfetto bilanciamento tra le due. E’ un gioco, che sta tra Wagner e i Pink Floyd, dovessi definirlo, pensando alla musica degli anni ’70, dire che è regressive-rock. Ed è anche la cosa più punk e vitale che abbia mai fatto: un vero giro di boa, un ricominciare la stessa cosa che facevo da giovane, però vista da un’altra angolazione.

C’è da dire che le nuove angolazioni sanno essere piacevolmente sorprendenti, e l’ironia come ridiscussione seria anche della propria visione musicale non scema di certo con gli anni.

Annunci

3 thoughts on “G.L. Ferretti: Epica melica innodia salmodia

Add yours

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: