Di Elisa Draghessi

Lo scorso 15 aprile, presso l’Auditorium del Rettorato dell’Università degli studi G.D’ Annunzio di Chieti-Pescara, in occasione dell’evento culturale Realtà e rappresentazione della donna nella storia dall’antico al contemporaneo, excursus sulla condizione del mondo femminile dall’epoca classica alla contemporaneità, si è tenuto il Concept-concert relativo al tema de La donna nella canzone italiana del Novecento: spettacolo musicale, viaggio sonoro-visivo, oltre che recitato, il cui leitmotiv è appunto la donna, e, con essa, gli stereotipi sociali che l’hanno caratterizzata nella musica popolare italiana d’inizio secolo.

Protagonisti assoluti dell’evento la storica band fanese Tubi Lungimiranti, fondata nel 1965 e rappresentativa del grande periodo beat, – nato nell’ Inghilterra dei primi anni Sessanta, successivamente diffusosi in Italia dopo il grande successo dei Beatles – nei suoi risvolti storico-sociologici, ma soprattutto ideologico-esistenziali, in contemporanea agli studi antropologici dello statunitense Alam Merrian, e alla sua riflessione sui presupposti culturali e sulle istanze comportamentali che connotano qualsiasi prodotto musicale. In un’ottica mediale – intendendo come formante l’interazione uomo-ambiente in base alle risposte percettivo-sensoriali che ne derivano, più che in base alla definizione dei rapporti semantici ad essa connessi – il periodo beat definisce la natura processuale del suo compiersi.

La ventata di novità rappresentata dalla cosiddetta Beat Generation, rompendo con il carattere mediatico del festival di Sanremo nella sua fase iniziale (l’anno di nascita è il 1951), si trova a essere definitivamente consacrata da quella che sembrerà incarnare la sua sede prescelta, nonché cuore della sua musica: il mitico Piper Club di Roma con le sue beat-girls – più che Caterina Caselli sarà Patty Pravo a impersonare il modello vivente della donna autonoma e indipendente dalla figura maschile. Nonostante per alcuni frangenti l’istanza rivoluzionaria della musica beat sia stata spodestata dalla strumentalizzazione dell’industria discografica – e tale è il caso, appunto, della già citata Caselli – non può passare inosservata la sua azione promotrice di quello spirito alternativo e anticonformistico che esalta con approccio esistenzialistico e apolitico le coscienze collettive degli anni del Sessantotto, nel nome di un comune senso di partecipazione e assoluta condivisione.

Le sonorità vibranti e psichedeliche dei Tubi Lungimiranti e del suo Neverending Beat, in occasione della rassegna musicale, hanno ripercorso l’immagine del femminino nei pezzi della musica novecentesca, passando così dal mito della donna irrispettosa dei prefissati parametri borghesi ed esclusa da ogni possibilità di salvezza in Come pioveva di Armando Gill (1918), unanimemente ritenuto il primo cantautore italiano, allo stereotipo della femme fatale che conduce l’uomo onesto alla perdizione, rendendolo impotente e indifeso di fronte agli inganni della seduzione, in Balocchi e profumi (1929), ma soprattutto in Vipera (1919) di E.A. Mario; dagli epiteti e dai diminutivi maschilisti ricorrenti nei pezzi del ventennio, veri e propri inni di regime – Africanina ne è un significativo esempio (1936), – ai più comuni topoi della bionda forestiera, sirena dai capelli d’oro, letale tentatrice in E la barca tornò sola (1954).

Se con Caterina Caselli si realizza l’evoluzione (seppur conseguenza diretta di un’esigenza di commercializzazione) dall’immagine stereotipata della donna tristemente asservita all’uomo – Ti telefono tutte le sere (1964), – al nuovo modello alternativo sostanziato dalla libertà tutta femminile nel prendere qualsiasi tipo di decisione in Nessuno mi può giudicare (1966), è solo con Qui e là di Patty Pravo (1967) che lo spirito beat si fa portavoce di un vero riscatto della donna, amante ma autonoma e realizzata, che vive all’insegna di un libero nomadismo, in un più generale rifiuto dei cliché sociali ad essa da sempre affibiati. Sulla stessa linea di pensiero si colgono inoltre le rivendicazioni alla volontà di apertura nei riguardi della modernità del Novecento in Ria Rosa, con Preferisco il Novecento (1937), e il disperato rifiuto del primo uomo con cui una donna si trova ad avere a che fare, con la lacerata vocalità della Mia Martini degli inizi, in Padre davvero (1971).

La band ha riproposto i pezzi citati, insieme ad altri, esemplificativi della stagione beat riferita alla condizione femminile, in un travolgente spettacolo sonoro che ha anche incluso la rappresentazione del brano Carolina mangia i ceci (2012), contenuto nell’album Qui e adesso, collocabile tra il progressive rock e il rockabilly degli anni Cinquanta, abile riproposizione del mito di Arianna e Teseo, oltre che della favola di Pollicino. Il beat dei Tubi vive, ricerca e si sostanzia nel rapporto col pubblico, indirizzando antropologicamente la performance a favore di un processo di feedback che difficilmente, in questo caso, può venir eluso: si attua così uno scambio aurale di energie comunicative, un’interazione fondante che, dai componenti della band raggiunge l’uditorio, estasiandolo, e sconvolgendolo cognitivamente. Un’originalità emotiva tutta audiotattile, quella dei Tubi Lungimiranti, che ha risuonato con successo nell’ Auditorium del Rettorato di Chieti.

La stravagante band, portavoce dello spirito musicale del territorio marchigiano e autrice di ben due 45 giri, pubblicati tra il 1968 e il 1970, trainata dall’eccentrico e spiritoso Umberto Bultrighini (in arte Umbertana Jones), docente di Storia Greca e ordinario di Etnomusicologia all’Università di Chieti-Pescara, annovera tra i componenti dell’attuale formazione, Diego Gasperi al piano, Antonello di Sciullo alla batteria, Niccolò Esky Bolognese al basso; si avvale inoltre del sostegno di una vocalità luminosa e potente come quella di Tania Cervellieri, giovane promessa nel campo della musica definita dallo stesso Bultrighini ‘’Voce squarciatenebre’’. Il concept-concert, cui ha preso parte anche il talentuoso attore pescarese Tommaso Iaculli, che ha accompagnato con la recitazione la quasi totalità dei brani musicali interpretati e riarrangiati dal gruppo, ha suscitato il sincero entusiasmo degli studenti di Chieti, – questo è il motivo del bis di fine concerto – in un delirante convivio sonoro-visivo che ha anche scaldato gli animi dei docenti.


Alam Merrian, Antropologia della musica, trad. it. a cura di Diego Carpitella, Sellerio Editore Palermo, 2000.

Vincenzo Caporaletti, I processi improvvisativi nella musica: un approccio globale, Lim Editore, 2005.

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