Parte II: Strumenti e strumentisti

Di Lorenzo Matricardi

Le tastiere, come appurato in precedenza, hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione di un “suono progressive”. Dall’osservazione delle musiche immediatamente precedenti al prog possiamo però evincere una quasi totale assenza di questi strumenti nei generi maggiormente affermati: nel dixieland, nello skiffle, nel beat, lo strumento sovrano era senz’altro la chitarra e le tastiere venivano utilizzate solo di rado.
Si può dunque affermare che il progressive ha sancito in qualche modo l’ingresso delle tastiere in questo specifico contesto musicale, “sdoganando” così una serie di strumenti – dal Farfisa al Fender Rhodes, dal Moog al Mellotron – la cui origine risale alle esperienze musicali elettroacustiche degli anni ’50.
Strumenti di questo tipo hanno aperto le porte a una nuova gamma di sonorità, stimolando inoltre la creatività e l’immaginazione dei musicisti. Le potenzialità di orchestrazione che possedevano i sintetizzatori, infatti, si andavano inevitabilmente ad intrecciare con l’atto prettamente compositivo, dando vita a timbri e sonorità inediti che si sono gradualmente affermati nell’immaginario collettivo come “tipicamente progressive”.
I due strumenti che più di tutti simboleggiano questa forte presenza tastieristica nel genere sono il Mellotron e il Moog.

Il Mellotron è una sorta di pionieristico campionatore nel quale è possibile fissare brevi interventi musicali. Premendo un tasto si mette in funzione un nastro contenente una traccia preregistrata della durata massima di otto secondi. L’incisione su nastro in genere conteneva un flauto, degli archi o dei cori. Il suo primo utilizzo risale al 1967, nel lato A del singolo Love And Beauty / Leave This Man Alone dei Moody Blues. Nello stesso anno fu utilizzato anche dai Beatles in Strawberry Fields Forever.

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Gli strumenti a tastiera in uso fino a quel momento in ambito rock erano il pianoforte e l’organo elettrico, ma il Mellotron andava ad aumentare esponenzialmente le possibilità espressive dei tastieristi.

Il Moog è apparso invece per la prima volta nel 1968, nel disco del compositore americano Walter Carlos, “Switched-On Bach”.

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Robert Arthur Moog era un ingegnere newyorkese che a soli diciannove anni fondò la Moog Co., azienda specializzata nella costruzione di Theremin, altro strumento molto importante nel progressive rock. Il primo esemplare della sua invenzione, costruito interamente a mano, fu brevettato nel 1964. Negli anni successivi Moog metterà in commercio modelli di sintetizzatori modulari sempre più evoluti, ma con un limite: il synth monofonico non era in grado di produrre accordi, ma solamente singole note.

Parlando di progressive si tende però troppo di frequente a sottolineare solamente l’importanza di tastiere e sintetizzatori – proprio per l’elemento innovativo che questi strumenti hanno portato nella musica rock degli anni ’60 – e spesso ci si dimentica del fondamentale processo evolutivo compiuto dalla chitarra nel corso del XX secolo e culminato proprio in coincidenza con l’epoca d’oro del prog. Assistere ad un’esibizione di Segovia – seduto a pizzicare le corde con le unghie e lo strumento appoggiato sulla gamba sinistra – e poi osservare Jimi Hendrix che lo suona con i denti o in fiamme, modulandone l’intonazione con la leva del tremolo, fa pensare a due strumenti differenti!
La chitarra ha ampliato a dismisura le proprie possibilità stilistiche e sonore e le esperienze dei mostri sacri della chitarra rock è stata senza dubbio uno sprone determinante anche per i giovani musicisti italiani.
Con il progressive si è poi assistito all’evoluzione, oltre che dello strumento, anche degli strumentisti. Il chitarrista infatti, che in genere proveniva dall’hard rock e spesso ne percepiva ancora forte il richiamo, nell’inserirsi in questo diverso contesto musicale si trovava di fronte a un bivio: la scelta tra il diventare una sorta di “eroe della chitarra”, un virtuoso acclamato dalle folle, oppure abbandonarsi alle strutture artistiche vigenti nel mondo del progressive. In questo modo il chitarrista era portato a fare un passo indietro e diventare così “sub-serviente” di un progetto collettivo, che mirava al raggiungimento di uno scopo più alto e ambizioso.
Nel prog – così come in ogni forma di musica rock – la cifra stilistica della chitarra emerge soprattutto all’interno di una specifica situazione: l’improvvisazione. La chitarra risulta avvantaggiata in questo senso perché l’improvvisazione chitarristica è esteticamente più efficace di quella tastieristica, soprattutto nelle esibizioni dal vivo, in quanto l’assolo di tastiera può risultare maggiormente spossante perché fatto di suoni con un lungo sostegno che non possono contare sulle risorse espressive della chitarra.

Per completare il discorso in merito agli elementi che concorrono a creare il sound tipico di questo genere musicale, credo sia doveroso citare altri tre strumenti che hanno segnato in maniera indelebile la storia del progressive rock.
Il primo di questi è il Theremin, inventato nel 1919 da Lev Sergeevic Termen. Lo strumento omonimo, occidentalizzato poi in Theremin, è composto da un contenitore elettrico dotato di due antenne, una relativa all’intonazione, l’altra all’intensità del suono. La sua particolarità è che si suona muovendo le mani, ma senza toccare le antenne. Questo strumento produce un suono facilmente riconoscibile, quasi spettrale; da qui il suo frequente utilizzo nel cinema, per colonne sonore di film horror o fantascientifici. In ambito “popular” il Theremin è stato utilizzato per la prima volta dai Beach Boys in Good Vibrations.

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Gli altri due strumenti, frequentemente utilizzati nel progressive pur non essendo tipici delle formazioni rock, sono di tipo ben diverso. Sto parlando del violino e del flauto: in questo caso la singolarità del loro utilizzo deriva dall’abitudine di associare questi due strumenti ad un contesto più classico.
Il violino ha avuto grande spazio in gruppi inglesi come i Gentle Giant, ma anche in molte formazioni italiane, come la Premiata Forneria Marconi. In tutti i casi in cui è stato utilizzato ha sempre e inevitabilmente contribuito alla creazione di un sound molto particolare ed immediatamente riconoscibile.
Per il flauto il discorso è un po’ più ampio: mentre nel caso del violino i musicisti hanno sempre fatto ricorso ad uno stile piuttosto personale (sempre ovviamente derivante da una matrice classica), per quanto concerne il flauto, tutti gli strumentisti progressive si sono rifatti al medesimo modello; Ian Anderson.

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Il fondatore dei Jethro Tull ha imparato a suonare il flauto da autodidatta e, privo di ogni impostazione classica, ha iniziato a concepirlo come fosse una chitarra. È dunque con “This Was” – il primo album della band inglese, pubblicato nel 1968 – che si registra l’esordio del flauto nel progressive rock. Ray Thomas dei Moody Blues aveva già utilizzato lo strumento per assecondare le registrazioni del Mellotron e in campo jazzistico c’era stato qualche raro esempio come Herbie Man, Hubert Laws e Roland Kirk. Anderson però, nel tentativo di trovare un suono originale che si adattasse meglio alle sonorità rock, ha arricchito il suo stile esecutivo con la tecnica del cosiddetto “suono parlato” (sviluppata da Sam Most e perfezionata da Roland Kirk), che prevede che il musicista, oltre a soffiare con decisione, parli e canti nell’imboccatura dello strumento.

È dunque dall’unione di così variegate influenze e molteplici elementi musicali che si è venuto a costituire, a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, il progressive rock. Un genere che ha saputo conciliare – all’estero e in Italia con modalità differenti – ambizioni artistiche, passione per la musica, innovazioni tecnologiche e culture musicali anche parecchio distanti tra loro, determinando così la nascita di un sound peculiare e inconfondibile.

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