Di Edoardo Salvioni

 

poli pretesti musicali

 

 

Capita spesso, nelle opere che si dispongono come commento ad altre opere, uno strano quanto piacevole effetto: come se commento ed opera rovesciassero le loro mansioni, in cui il testo commentato diventa la forma in cavo della scrittura che lo commenta e autore e commentatore si scambiano le parti” come ha scritto Giorgio Agamben.

Questa simbiosi inusuale sembra disporsi nelle pagine a carattere musicale più bizzarre ma come più necessarie, siano che siano documenti, come gli epistolari mozartiani o opere vere e proprie, come una prosa giovanile di Wagner a carattere schiettamente narrativo, le mitiche “memorie di un amnesiaco” redatte in piccoli fogli dall’ingegno e dalla obliquità di Erik Satie, o gli splendidi mascheramenti e ritratti del “signor Croche antidilettante”, dove si nasconde la scherzosità di Claude Debussy. L’elenco potrebbe di certo essere maggiore.

A suo modo, pur con indubbia minore rilevanza, Pretesti musicali, un curioso libro di Dino Domenico Poli dato alle stampe nel 1952 per le Edizioni del Milione di Milano, che dettero alle stampe anche il fondamentale e celeberrimo Kn di Carlo Belli, proprio nella medesima collana della casa editrice. Dino Domenico Poli chi era? Un curioso violinista, pianista e compositore nati a Montichiari nel 1896 e lì morto nel 1957, che sembra anche giocare con questo atto del commento che si fa opera. Pur nella sua prosa d’antan, ci consegna ogni tanto delle pagine tanto interessanti quanto divertenti per la “sua prosa alla buona, senza pretesa letteraria” come ebbe a definirla lui stesso, ma in cui lui credeva di ravvisare una capacità di investigazione curiosa, come lui stesso ci scrive:

Io non ho, in musica, l’autorità di un Berenson o di un Marangoni nel loro campo (del resto quest’ultimo mette il naso anche nella musica); ma credo di avere una superpercezione, così la chiamerò, dei valori musicali, guidata dall’istinto e da un senso musicosmico ben definito.

Il senso “musicosmico” tende a volte ad imbastire discorsi in cui è splendido ravvisare quanto l’arte musicale, nel tardo ottocento, avesse programmaticamente la pretesa di tradurre concetti filosofici, universali, di essere insomma un respiro di un’anima mundi che coinvolgeva tutte le attività delle altre arti, l’arcinota Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale che cercava un contatto viscerale con l’uomo in senso generale. A dimostrazione il caso delle divertentissime pagine sul Movimento eternista, una compagine quasi sacrale, per quanto intrisa di superomismo, suprematismo, che doveva svecchiare quella che loro chiamano “bibliocrazia senile”, la prassi accademica, come nelle pagine di un loro manifesto:

Dal PROGRAMMA PER UNA UNIVERSITÀ D’ARTE

Noi odiamo, come una turpe commedia del Pensiero, quella bibliocrazia senile, esausta storiolatria innalzata oggi al primato intellettuale, col sintomatico assenso degli arrivisti improvvisati, critici letterari o addirittura trattatisti di estetica; dei professori di filosofia atteggiati scimmiescamente a filosofi; dei professori di disegno che osano parlare di un Velasquez come di un loro camarade. La ricerca della verità è per noi tragica: essa non è un dunque un gioco. Non è divertimento di eruditi coscienziosamente castrati; non è un impiego che frutti al Ministero, non è una vanità di scribacchiatori di matasse d’oro o di liricizzanti mesti e compunti.

Purtroppo le belligeranti intenzioni di questa curiosa compagnia non furono udite come dovevano, tanto da fare dire pochi decenni dopo al Poli che “l’Eternismo di Diego Ruiz è una luce lontana, sia pure un punto sconosciuto che non è valso la pena fosse raccolto dall’umanità”.

Certamente anche questo libro non ha lasciato su di sé una continuità di memoria, ma non per questo, che sia per divertimento o per puro gusto dello scherzo, si possono ravvisare anche pagine come questa, PANORAMA MUSICALE 1948 Estero. Curioso soggetto, il Poli!

Da un anno è morto Bela Bartok; Jgor Strawinski incomincia la sua prima vecchiaia con opere orientate in uno sfrondamento dei mezzi decorativi, per una più interiore esperienz misitica e per una semplificazione di valori espressivi: Oedipus rex, Orfeo (1947). Sciostakovic rienta nella più tetra ortodossia (Ottava sinfonia) al richiamo di una estetica di Stato. Ernest Bloch arriva stanco ad esperienze formali, dopo la voce magniloquente di Celomo. E siamo a questo tormentato, inquieto Dopoguerra. Ai nomi del ventennio tra le due Guerra, cioè degli anni 1920-1940, si aggiungono i nomi delle giovani generazioni; ma i primi non sono ancora sostituiti dai secondi. Si sente un fremito nell’aria, si presente un alito di rinnovamento, di resipiscenza, di introspezione; ma l’homo novus, il sintetizzatore di esperienze di mezzo secolo, il reazionario, il rinnovatore, il messia, l’asceta, il santo, all’orizzonte non è ancora apparso; il genio che trarrà la materia alla sintesi, la forma dell’embrione, l’essenza alla divinità, dov’è? Prodromi, prodromi, sì. Inquietudine verso un mondo nuovo, avvento per reazione o primordiale formazione; ancora vibrano nell’aria i fermenti di una umanità in decomposizione, di una civiltà perduta; ma vicine sono le sensazioni di un mondo al risveglio di una coscienza più definitiva ed assoluta, tesa in uno sforzo immane di superamento della materia. Prodromi convogliati un po’dappertutto: dal Nord, dal Sud, dall’Est, dall’Ovest; e che convergono verso una personalità mediterranea, in una necessità prepotente di individualità autentica e superiore.

Annunci