IL SOUND DEL PROGRESSIVE ROCK ITALIANO

Parte I: Un nuovo ideale di musica

Di Lorenzo Matricardi

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Il progressive rock è un genere nato in Inghilterra e sviluppatosi principalmente tra gli anni ’60 e gli anni ’70. In Italia questo fenomeno musicale ha avuto un successo e una diffusione tali da renderlo paragonabile a pochi altri generi musicali di massa della seconda metà del Novecento.
Il progressive italiano è nato grazie al grande successo riscosso nel nostro paese dai principali esponenti inglesi di questo genere. Filtrando in una sorta di “zona neutra”, la musica britannica è stata quindi assimilata e riproposta nel panorama musicale nazionale, intrisa però degli elementi tipici della tradizione melodica italiana.

Il progressive si è sempre distinto come un genere connotato da una forte “intellettualità”: alla sua base è infatti riscontrabile un forte e indissolubile legame con il concetto di sperimentazione, che ha portato a un’inversione di tendenza rispetto al periodo immediatamente precedente, caratterizzato dall’epoca del beat e dalle cosiddette “canzonette”.
I musicisti che aderivano a questa nuova ideologia vivevano il progressive rock come una vera e propria disciplina, connotata quindi da un forte senso di artisticità e in virtù della quale intraprendere un affascinante percorso di “consacrazione” alla musica.

Il progressive rock è un genere eclettico e, al suo interno, sono riscontrabili numerose influenze musicali. Dal blues al jazz, dalla tradizione musicale celtica fino a quella del folk anglo-americano; questo fenomeno ha attinto da esperienze e repertori di natura diversa e apparentemente inconciliabili. Ma l’elemento che più di ogni altro emerge dall’ascolto di queste musiche è l’insolita tendenza a rifarsi al vasto repertorio della musica “colta”. Tale tendenza è motivata probabilmente dalla formazione classica di alcuni musicisti, oppure da un ascolto assiduo di queste musiche in un secondo momento della loro esperienza musicale. Probabilmente le opere classiche sono state tanto apprezzate dai musicisti progressive proprio perché presentavano un livello di complessità compositiva ed esecutiva in qualche modo simile a quello che si voleva conferire alla nuova forma di musica.
I musicisti progressive hanno quindi combinato i prodotti di due diversi periodi storici, attingendo dal repertorio della musica barocca, classica, o romantica e rivisitando il materiale “preso in prestito” con un sound e uno stile moderni.

La grande varietà di soluzioni riscontrabili nel genere progressive non deriva però solamente da influenze provenienti da altri generi musicali. È infatti evidente come l’esperienza personale dei singoli musicisti abbia determinato in tutti i gruppi caratteristiche particolari e differenti per ognuno.
Una prima differenziazione è individuabile, come accennato poco fa, nei vari percorsi di formazione riscontrabili tra uno strumentista e l’altro: è frequente che i tastieristi provenissero da studi classici o accademici, così come i violinisti o i flautisti, mentre è molto più raro che i chitarristi si cimentassero in un percorso di studi così approfondito. La maggior parte di essi ha acquisito la padronanza dello strumento e le personali doti tecniche attraverso studi autodidattici, favorendo così lo sviluppo di un’ampia varietà di linguaggi chitarristici: da uno stile classico come quello di Marcello Dellacasa (Latte e Miele) o Franco Mussida (PFM), per proseguire con sonorità più distorte, di derivazione rock, come quelle di Alberto Radius (Formula 3), Marcello Todaro (Banco del Mutuo Soccorso) o Nico Di Palo (New Trolls), passando per le atmosfere jazzistiche di Rodolfo Maltese (Banco del Mutuo Soccorso) e senza dimenticare l’estrosa matrice sperimentale di Paolo Tofani (Area).

Tastiere e sintetizzatori, poi, supportati anche dallo sviluppo tecnologico dell’epoca, si sono integrati perfettamente nell’idea creativa che era alla base del progressive. Le caratteristiche tecnico-sonore di questi strumenti permettevano infatti l’inserimento, in un’atmosfera musicale derivante dal mondo del rock, di elementi provenienti da un contesto più “sofisticato”, ossia quello della “musica d’arte”.
È abbastanza immediata, durante l’ascolto dei brani più rappresentativi, la sensazione che, mentre le chitarre, supportate da basso e batteria, promuovevano una matrice sonora tendenzialmente distorta, derivante per l’appunto dal rock americano, le tastiere costruissero melodie e armonie di ispirazione classico-sinfonica di stampo tipicamente europeo.
Questa schematizzazione dei ruoli all’interno dell’organico strumentale – che può ovviamente non essere dimostrabile in alcuni rari casi – è un’ovvia conseguenza dei diversi percorsi di formazioni dei musicisti di cui si è detto in precedenza.
La collaborazione tra i musicisti è quindi fondamentale nella realizzazione del sound del progressive rock: l’unione di pensieri diversi, diverse sonorità e diverse stili esecutivi si è rivelata un’arma vincente nella creazione di un prodotto musicale di valore.

Un ultimo elemento da analizzare nel discorso riguardante la realizzazione di un genere così peculiare è la fase di incisione delle musiche. Nel periodo di sviluppo e diffusione del genere progressive, infatti, è cambiato nei musicisti il modo di concepire lo studio di registrazione e la figura del fonico. Mentre precedentemente il tecnico del suono si limitava a registrare i suoni acustici, dalla metà degli anni ’60 in poi egli ha cominciato a manipolarlo con echi, riverberi, modulatori di fase e distorsori, arrivando a ricoprire un ruolo di pari importanza a quello dei musicisti. Lo studio è diventato quindi uno strumento a tutti gli effetti, andando così ad integrarsi nell’organico di ogni gruppo progressive.
Ovviamente il lavoro in studio di registrazione ha reso possibili moltissime soluzioni precedentemente impensabili, contribuendo a rendere il genere progressive ancor più peculiare. Nello specifico, la possibilità di fissare su un supporto la propria musica ha permesso di modificarla e manipolarla in un secondo momento, attuando quella che viene definita “trasformazione sonora”.
Lo studio di registrazione è diventato, dunque, non solo il luogo dove i brani di un disco vengono fissati su nastro, ma anche quello in cui termina il loro processo compositivo.

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