Di Lorenzo Matricardi

Lunedì 20 aprile l’Auditorium della Conciliazione di Roma ha ospitato il ritorno – più che mai gradito – di Ian Anderson, lo storico leader dei Jethro Tull, accompagnato da una formazione inedita composta da: Florian Opahle alla chitarra elettrica, David Goodier al basso, John O’Hara alle tastiere, Scott Hammond alla batteria e Ryan O’Donnell come seconda voce.
La serata è stata divisa in due momenti principali, separati da circa un quarto d’ora di pausa. Nella prima parte Anderson ha presentato il suo ultimo lavoro, il disco “Homo Erraticus”, mentre la seconda parte è stata dedicata all’esecuzione di alcuni dei più grandi successi dei Jethro Tull.
Questa la scaletta:

Doggerland
Heavy Metals
Enter the Uninvited
Puer Ferox Adventus
The Engineer
Tripudium Ad Bellum
After These Wars
In for a Pound
The Browning of the Green
Per Errationes Ad Astra
Cold Dead Reckoning

Too Old to Rock ‘n’ Roll: Too Young to Die
Bourée
Living in the Past
With You There to Help Me
Sweet Dream
Teacher
Critique Oblique
Songs from the Wood
Farm on the Freeway
Aqualung

Bis:
Locomotive Breath (Jethro Tull song)

Ian Anderson, nato in Scozia nel 1947, ha scritto un’importante pagina della storia del progressive rock internazionale, introducendo per primo in questo genere l’utilizzo del flauto traverso, uno strumento (almeno all’epoca) abbastanza insolito in un contesto di musica rock. La decisione di dedicarsi al flauto fu presa a causa dei risultati insoddisfacenti ottenuti nello studio della chitarra. Fu così che Anderson intraprese – rigorosamente da autodidatta – lo studio del flauto. Essendo a digiuno di qualsiasi tipo di nozione o impostazione classico-accademica decise di coniare un nuovo metodo per utilizzare lo strumento, iniziando a concepirlo come fosse una chitarra e prendendo ispirazione principalmente dal modo di suonare di Eric Clapton. Lo stile che nacque da questa intuizione, assolutamente originale e inedito, fu imitato praticamente da tutti i flautisti che hanno suonato musica progressive negli anni successivi.

Nel 1983, dopo aver prodotto 14 album in studio con i Jethro Tull (e ne sarebbero seguiti diversi altri ancora), pubblicò il suo primo lavoro da solista, “Walk into Light”, al quale hanno fatto seguito altri 5 dischi.

L’ultimo di questi è proprio “Homo Erraticus”, un concept album pubblicato nel 2014 che racconta ancora una volta le vicende di Gerald Bostock – fittizio alter ego dell’autore – proprio come “Thick as a Brick” (1972) e “Thick as a Brick 2” (2012). Il disco, definito dallo stesso Anderson di genere folk/prog/metal, è caratterizzato dalle solite, suadenti atmosfere progressive, rese come sempre inconfondibili dal magico suono del flauto più famoso della storia del rock. L’elemento “metal” a cui si riferisce Ian Anderson è dato principalmente dai suoni distorti e aggressivi della chitarra di Opahle.

L’esibizione del 20 aprile ci è sembrata davvero di alto livello, caratterizzata come sempre non solo da musica di qualità, ma anche dall’estrosa presenza scenica di Ian Anderson, che ha dato prova ancora una volta delle sue eccezionali doti di frontman. Il pubblico ha dimostrato di gradire sia i vecchi classici dei Jethro Tull che gli inediti dell’album da solista di Anderson. Personalmente ho trovato un po’ “fuori contesto” – e questo vale sia per il disco che per l’esibizione dal vivo – la cifra stilistica di Ophale, decisamente più votato a un sound hard rock/metal – dedito quindi a virtuosismi volti a mostrare una tecnica esecutiva effettivamente notevole – e meno adatto alla costruzione delle tipiche sonorità progressive. È stato per me inevitabile mettere a confronto il chitarrista tedesco con lo storico chitarrista dei Jethro Tull, Martin Barre, anche lui amante dei suoni acidi e graffianti, ma in grado di combinarli o alternarli con stili e soluzioni di matrice blues, folk o derivanti dalla tradizione barocca, tanto frequentemente “citata” in ambito progressive.

Nonostante i problemi alle corde vocali, che dalla metà degli anni ’80 affliggono Ian Anderson impedendogli di mettere in mostra le sue tanto peculiari doti canore – non tanto tecniche quanto espressive – che lo hanno reso unico nel suo genere, l’energia del “menestrello del prog”, la sua inimitabile maestria con il flauto e le sue inconfondibili movenze fanno si che tutt’oggi, all’età di 68 anni da compiere, assistere ad una sua esibizione susciti ancora sensazioni strabilianti, in grado di far risalire la mente ad epoche lontane, persino quella di chi, come me, non ha avuto la fortuna di viverle in prima persona.

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