Les chansons d’amour: il Musical americano che si fa maledettamente francese

Di Elisa Draghessi

Presentato nel 2007 in concorso al Sessantesimo Festival di Cannes, Les chansons d’amour, quarto lungometraggio transalpino del cineasta francese Christophe Honoré, osteggiato da buona parte della cinematografia francese per le tematiche azzardate e controverse (dallo scardinamento degli schematismi sociali all’affermazione del libertinismo narcisistico), può ben definirsi un riuscito esempio di vibrante Musical Comedy-Tragedy, tutto sospeso tra giocosa commedia e sentimentale melodramma, su materiale musicale mutuato dai testi del francese Alex Beaupain, squisitamente intriso di parisianisme da Nouvelle Vague.

Manifesto della capitale francese, con la sue notturne insegne luminose, le silenziose strade umide di pioggia, quel fascino nostalgico e decadente che fa sognare, la pellicola di Honoré incarna un omaggio alla magia offerta da quella inesausta città atemporale, e in particolare alle vie e agli appartamenti del decimo Arrondissement, – nel quale si snoda quasi tutta la vicenda – così come ai personaggi che la popolano, eterei e quasi fantascientifici, malinconici e sognanti a un tempo, grotteschi alle volte ma mai eccessivi. Atipico appare già il protagonista Isamel, giovane parigino, seduttore libertino, – impersonato da un Louis Garrel dal fascino disarmante – al centro di una intricata geometria amorosa che coinvolge due donne, la fidanzata Julie e l’amica Alice, in un divertente e curioso ménage à trois sentimentale, cardine principale di una precarietà provocatoria e apparentemente libera da costrizioni, che non mancherà di eludere tragicamente la morte: la perdita improvvisa di Julie per un arresto cardiaco getta il già inquieto e dissoluto Ismael in uno stato perenne di nomadismo psico-fisico maledetto, che ha il sapore della vita da bohémien scapigliato, e che nel disordine generale di un’esistenza vissuta nel rifiuto delle imposizioni sociali e dell’ipocrisia dei perbenismi piccolo-borghesi, non si sottrae al disgusto e alla malinconia dello spleen.

Esistenzialismo e decadenza dominano brillantemente la pellicola, che nel dualismo ideale-reale di influsso baudelairiano, in cui si inscrive, incontra il suo esito più felice nelle tendenze cinematografiche da Nouvelle Vague: un’idea di cinema che ricalchi il vero, nella sua essenziale semplicità, che si sforzi di rappresentarlo fedelmente, senza artificiose scenografie né nulla che ne possa compromettere l’esigenza di realismo, come ben testimoniano il traffico e il brulichio di persone durante le riprese del film.

Una Nouvelle Vague, quella de Les chansons d’amour, che si snoda attorno a quello che è stato – forse ingiustamente – considerato un redivivo Jean-Pierre Léaud, oscillando fluidamente dalla leziosità di un amore, dapprima brulescamente deriso, poi liricamente rimpianto e evocato, alla tragedia dell’umana incomunicabilità, del lutto che dispiega la natura fugace della vita, dagli sprazzi della leggerezza spensierata di chi accetta il mondo e le sue condizioni, e assume su di sé il senso della vita, eternizzandosi, alla paura cristalizzata di trovarvisi e farne parte.

Gli intermezzi musicali, dati dai testi del compositore contemporaneo Alex Beaupain, e affidati alle flebili e inconsistenti voci dei personaggi, realizzano un naturale continuum visivo-sonoro, un’interazione tra parola, musica e recitazione che si armonizzano, pur non fondendosi, in veri monologhi interiori, che pur nella loro contraddittoria mutevolezza, non scalfiscono la musicalità di una lingua, quella francese, che ben si presta a questo tipo di impianto narrativo.

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