“Rust” dei Rudyscave: un esordio di potenza

di Ivan Amatucci

“Rust”, pubblicato nel 2014, è il primo album del gruppo romagnolo dei Rudyscave che conta cinque componenti: Gian Maria Vannoni al microfono, Marco Righi e Damiano Ponti alle chitarre, Carlo Galassi al basso e Matteo “Pasty” alla batteria. Subito salta all’orecchio un sound corposo, grosso, molto ben curato allo Studio 73 di Forlì da Riccardo Pasini. Ogni strumento ti arriva dritto in faccia, e l’amalgama che ne esce risulta difficilmente criticabile. L’aggressività del sound, compatta e ruvida, funziona e l’attitudine istintuale rimanda all’hard rock dei Pearl Jam, a certi Black Stone Cherry, ai primi Alter Bridge (come in “One day remains” del 2004 e “Blackbird” del 2007). Insomma a quella riformulazione della tradizione rock (con piglio più grungy, sudicio, dirty) degli ultimi ’90 e primi 2000.

Le chitarre sono cremose, le distorsioni granulose e brillanti sostengono bene un mix che gioca su una batteria dalla “botta” sempre presente (merito del batterista per l’energia su tom e rullanti) e su bassi profondi. La vocalità del cantante è incisiva e graffiante (una risultante tra Chad Kroeger e Miles Kennedy), il suo timbro calato tra lo sporco e l’irruente è forse l’elemento di punta del gruppo e spesso è il fattore portante dell’album.

Gale apre il disco e subito si percepisce una forza tipica americana, una certa spinta propulsiva propria dei “primi” figli del post-grunge. Altri sono i brani simili, come The stone e Locis bype. Offering è il secondo brano e inizia bene con una sezione incattivita di chitarre stoppate, rullanti come pugni e una sfumatura di voce che mi rimanda ad un certo Axl Rose (dell’ultimo “decadente” periodo, quello di “Chinese Democracy”), anche se poi l’energia accumulata scema nei ritornelli, ma torna prepotente nelle strofe. Monkey, dal sound pulito ma cupo, esplode come nel più classico dei modi nei ritornelli fino all’ultimo il quale si conclude con un assolo grezzo da sottofondo (struttura simile a Solution/solvent). Runlet è una canzone che ha una melodia inaspettatamente più pop rispetto al resto e un dolce assolo acustico sul finire arricchisce l’emotività del brano. Levitare è il pezzo più atmosferico (il più originale sicuramente), dalla ritmica finale quasi tribale, l’unico che va un po’ oltre la stabilità e la sicurezza di un sound ormai troppo sentito. High level room e Precipitate sembrano gli epigoni delle ben più famose ballate dei Nickelback. L’album si chiude con Sublimate, un pezzo morbido, chitarra e voce dagli algoritmi di riverbero molto accentuati.

Giunti alla fine, arriviamo sfortunatamente anche alle pecche che questo lavoro porta a considerare: nonostante il tutto sia di una buona qualità sonora, il progetto per intero potrà esprimere in lavori futuri il suo più grande potenziale. Per molti versi i Rudyscave dovrebbero cercare un linea di espressione più dentro all’attualità della musica così da allontanare il fantasma dell’aderenza ad un modus operandi ormai inflazionato, arugginito, sia nelle melodie che negli arrangiamenti. Tutto il grunge/hard rock di stampo angloamericano ha già avuto in maniera prolifica la sua produzione e ora riproporre questo genere nel 2014 potrebbe risultare abbastanza anacronistico alle orecchie dei più. La materia sonora dei Rudyscave è però notevole e consigliamo al gruppo di mantenerla nell’esplorazione dei meandri della musica d’oggi, magari anche italiana, passando a dare un occhiata sopratutto all’alternative rock di Verdena, Ministri, Teatro degli Orrori, Fast Animals and Slow Kids (o simili)  per farsi un’idea della contemporaneità e per provare a dare un vero contributo creativo alla scena musicale attuale. Un “in bocca al lupo” per questa loro ricerca!

Per tenere d’occhio i Rudyscave ecco un link al loro sito:
http://www.rudyscave.com/press

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