di Elisa Draghessi

Con l’album Paolo Conte, del 1984 -il sesto del cantautore-, lo spettacolo d’arte varia esce dagli schematismi del cantautorato degli anni Sessanta e Settanta per assurgere a simbolo di una nuova originale concezione ideologica di composer-performer: la stesura del testo verbale, innanzitutto, segue cronologicamente quella propria della composizione musicale, sviluppata in modo completamente autonomo, alla quale è lo stesso testo ad adattarsi risultandone funzionale e subordinato. L’elemento primo dell’analisi musicale contiana è dunque rappresentato dall’impalcatura compositivo-musicale, più che dal potere onomatopeico della parola, tanto da giustificarne interessanti parallelismi con la cosiddetta tradizione eurocolta: non sarà insensato considerare il paragone, agente in senso opposto, con i Lieder ottocenteschi di Schubert, costruiti proprio mettendo in musica il testo di un poeta. Per alcuni aspetti, rifuggendo da istanze manieristico-retoriche, il momento creativo contiano, nella sua eclettica unicità sensuale quanto decadente, reinventa e ri-crea la tradizione “classica”, servendosene senza un preciso schema prefissato, al punto che la sua comprensione non possa richiedere abilità uditive inferiori a quelle pretese da un musicista di tradizione scritta.

Protagonista indiscusso di quasi tutti e dieci i brani dell’album, come anche dei passati e dei successivi lavori di Conte, lo strumento (proto)romantico per eccellenza, il piano-forte: non è difficile ritrovare e cogliere, nelle nostalgiche e patinate direttive pianistiche contiane, echi, a volte anche quasi diretti, dello Chopin elegante e brillante quanto elegiaco e riflessivo dei Valzer e dei Notturni, tipici dell’idiomatismo musicale di brani come il molto probabilmente autobiografico confessionale di Sparring Partner, il primo della raccolta, dell’ intimismo sognante in Come mi vuoi, per piano e sax, così come anche nel malinconico eclettismo descrittivo di Sotto le stelle del jazz, della sofferta e intima Chiunque , mentre la cupa atmosfera ispanica de L’avance, sembra rieccheggiare, con toni più pacati e distesi, il ritmo della spagnoleggiante Habanera della Carmen bizettiana, infarcendolo di fioriture e trilli. Ritmicamente incalzante la propulsione de Gli impermeabili, struggente rilettura dell’uomo moderno in bilico tra aspirazione alla realizzazione e rassegnata incomunicabilità. Atmosfere esotiche, nonché richiami all’impalpabile sensibilità francese primonovecentesca (dal romanticismo antiretorico di Charles Aznavour all’ironica lirica di ascendenza breliana) si coniugano sapientemente con la vibrante ritmicità del jive di Macaco e con gli influssi espressivo-ritmici del fascinoso swing degli anni Quaranta in Come Di (diventando anche un vero e proprio gioco di parole di un Conte linguista) e del jazz di Duke Ellington-, non scevri di un certo impressionismo musicale di impronta debussiana (ne sono l’esempio più azzeccato le reminiscenze del sesto e ultimo brano Golliwogg’s Cakewalk, della suite per pianoforte Children’s Corner) di cui Conte rielabora i motivi, trasponendoli in una dimensione nuova, corporeizzata, personificata, sulla base di un’espressività anti-idiosincratica, la cui matrice di riferimento rimane sempre la tastiera del pianoforte.

Agglomerati sonori consistenti e raffinatezza erudita informano il disco in ogni suo brano, e contribuiscono macroscopicamente a renderlo esteticamente quanto estesicamente efficace: in altre parole, “funziona”, per la sua immediata godibilità, anche ai non addetti ai lavori.

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