Davide Merlino è uno dei più estrosi percussionisti presenti nel panorama italiano, musicista aperto e prolifico, di cui abbiamo già parlato attraverso il disco “Space Frogs”, pubblicato dalla sua stessa etichetta, la Floating Forest Records, in cui suona in uno dei suoi tanti progetti.
Parliamo con lui dei suoi lavori e della sua visione della musica, “improvvisa e senza bussola”.

a cura di Alberto Ciafardoni

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Per curiosare nel mondo di Davide Merlino
http://www.davidemerlino.it/new/

Nella recensione del lavoro “Space Frogs” ho citato Reich, Riley e Cage…Mi diresti, innanzitutto, se ho detto bene e poi anche quali sono le tue influenze più in generale?

D. Merlino: “Hai citato bene essendo alcuni dei miei riferimenti culturali principali. Sono un grande consumatore di musica, di tutti i generi, così come di libri. Da queste due forme d’arte, che adoro, prendo spunti e stimoli che a volte si insinuano sotto pelle o manovrano il mio subconscio. Nella mia musica, come hai fatto notare tu, si sente comunque tanto Novecento: l’influenza dei grandi sperimentatori, il minimalismo, l’ossessiva ripetizione, ma contemporaneamente ci sono echi postrock nordici o legati alla scena jazz europea. I romanzi, ma anche i documenti storici e perché no i fumetti d’autore, lasciano sensazioni profonde che vengono in superficie sotto altra forma, cariche di colore e immaginifiche.”

Avendoti visto all’opera dal vivo, e avendoti ascoltato anche su disco,mi viene da chiederti: in che ruolo ti vedi, a livello musicale? Ti ho visto nelle vesti di vibrafonista, percussionista, direttore-organizzatore…

D. Merlino: “Volendo citare un grande Maestro (l’inarrivabile Giorgio Gaslini) direi che mi definirei un musicista totale, o quantomeno un musicista che va in questa direzione composita e multiforme. Le percussioni sono un’enorme famiglia di strumenti, quindi va da se che un vestito solo mi sta stretto. Il tipo di strumento stesso mi proietta verso diverse posizioni. Durante gli studi in Conservatorio ho notato come gli insegnanti tendevano a descriverci come delle “mosche bianche”, individuandoci come i musicisti più aperti alle novità, all’elettronica, al gesto direttoriale, alla fisicità con lo strumento, alla facilità di adattamento. Diciamo che cerco di vendermi come vibrafonista, essendo lo strumento che mi affascina di più, ma poi mi puoi incrociare dal vivo nelle mie molteplici trasformazioni.”

Di seguito, ti chiedo quindi qual è la tua visione della musica, in particolare, come abbiamo anche chiesto a De Rossi Re, il senso che ha per te la novità e quindi la ricerca, la sperimentazione, che tu attui tramite il lavoro totalmente improvvisato…

D. Merlino: “Mi piacerebbe partire dal concetto che oramai non c’è più molto da inventare di sana pianta. Tutto quello che faccio è una specie di summa sperimentale di tutto il mio passato musicale ed a volte, stupendo anche me stesso, del mio futuro musicale. Fortunatamente si fa sempre fatica a definire la mia musica: non è free (in senso storico), non è postrock anche se le sonorità a volte si avvicinano, ed io amo definirla “musica improvvisa”. Musica improvvisa perché quando sono sul palco o in studio di registrazione mi coglie di sorpresa! Prima di iniziare a suonare cerco di svuotare la mente, lascio piena libertà al mio corpo di muoversi sullo strumento, raccolgo quello che l’incontro mi offre e poi lo analizzo, lo elaboro, dandogli forma. Mi sento un contadino biodinamico, pongo le basi per aver un bell’orto ricco, ma poi mi lascio sorprendere dalla forza che c’è insita nella natura lasciando libertà a ciò che creo, nello stesso istante in cui lo creo. Il qui e l’ora musicale è una vibrazione pura, inaspettata, che emoziona chi la sente ed anche me che la suono.”

Come nasce il tuo interesse per l’improvvisazione? È una modalità di fare musica che preferisci rispetto al lavoro sulla musica scritta?

D. Merlino: “Ho iniziato a suonare punkrock in modo ignorante come molti miei coetanei nel 1990! Però ad un certo punto mi son reso conto di avere enormi limiti ed ho pensato bene di limare. Ho così iniziato a studiare come un matto e questo percorso mi ha portato a suonare tantissima musica scritta, in orchestra sinfonica, con ensemble di musica contemporanea. Dopo anni di militanza ostinata in questa direzione mi son sentito in trappola, mancava ancora qualcosa, ed ho colmato questo buco abbracciando l’improvvisazione e quindi il jazz. Non sono mai stato un amante degli standards ed infatti dopo diversi esperimenti di composizione sono approdato al mio vero sentire che è la libertà improvvisativa totale.Da un anno ho anche fondato insieme ad altri improvvisatori un etichetta discografica, che poi è anche un collettivo ed un laboratorio iperattivo: Floating Forest records.La mia attività più classica continua comunque, dirigo l’Orchestra di percussioni Waikiki, collaboro con I Cameristi del Teatro alla Scala, l’Ensemble dei Virtuosi Italiani, ma contemporaneamente propongo laboratori di Sounpainting per coro e orchestra, musica improvvisa con vari ensemble come i Vibraphonic, ma anche postrock venato di jazz europeo con i Mu…come vedi mi piace spaziare, variare, non fermarmi mai.”

Cos’ha in cantiere ora il collettivo FF?

D. Merlino: “Floating Forest Records ha in cantiere qualche disco che uscirà nel 2015, ci stiamo già lavorando dalla nostra sede di Verbania; il Collettivo Floating Forest ha in progetto diversi concerti nel Nord Italia e in Svizzera con ensemble misti e qualche appuntamento radiofonico da definire (anche in RadioRAI). Cito i miei compagni fondatori: Alberto Ricca aka Bienoise, Andrea Cocco, Federico Donadoni. Come ho accennato nella risposta precedente, siamo un laboratorio aperto su mille fronti. Ognuno di noi è attivo in diversi ambiti, dall’elettronica alla classica al noise, quindi quando ci troviamo per suonare insieme liberamente, produciamo scintille, approdando su nuove terre inesplorate. In qualche modo noi si fluttua senza bussola: “musica improvvisa”, appunto.”

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