ovvero, come esorcizzare il complesso edipico nel Jazz

 di Ludovico Peroni

Una premessa?
(vd. nota a piè pagina)

Oltre alle simpatiche titolazioni degli articoli, ecco un altro nostro debole: le riflessioni musicologiche!
Vorrei introdurre questa recensione con un breve ragionamento ad alta voce…spero che il lettore perdonerà la leziosità che ci siam concessi!
Lo “Speak No Evil trio” è una formazione composta da un chitarrista (Giovanni Baleani), un contrabbassista (Gianludovico Carmenati) e un batterista (Mauro Cimarra)…perché una formazione con questo organico si è cimentata nella disperata impresa di registrare un omaggio a Wayne Shorter? Chi legittima la scelta di suonare questo repertorio senza la presenza attiva di un sassofonista?
Shorter, il sassofonista statunitense (http://www.wayneshorter.com/), è uno di quei pochissimi musicisti in grado di mettere d’accordo un’intera comunità di musicisti (jazzisti e non) sulla qualità della sua musica, delle sue composizioni, della sua improvvisazione e della sua storia artistica.
Come si possono azzardare nella bruta operazione di manipolare, ri-arrangiare e registrare materiale provenienti dalla penna di questo grande artista?
Il mondo della musica contemporanea delinea questi suoi moderni miti attraverso la testimonianza per eccellenza che l’artista lascia di sé: il disco.
Per acquistare A Shorter Moment (CD e Mp3).

Il supporto discografico riesce ad inglobare tutti gli elementi sonori e materici che abbiamo elencato poco fa ed è un mezzo capace di rendere accessibile ad ogni ascoltatore l’esperienza estetica del suono; la grande distanza di tempo e di spazio dall’atto performativo originario, compiuto dall’artista, non è più un problema.
Da queste considerazioni sopra il testo reale dell’opera musicale, e sul significato del termine “composizione”, potremmo trarre spunto per il giusto collocamento di tutte le – o, almeno, di una gran parte delle –  manifestazioni musicali che si propongono di omaggiare la produzione di un determinato artista, cristallizzata in maniera definita nell’immaginario collettivo, con una libera interpretazione delle sue composizioni.
Un problema percettivo-culturale dell’ascoltatore comune è sempre costituito dalla tendenza a sovrapporre valori provenienti dalla nostra peculiare cultura storica, passata per la musica scritta “classica”, a fenomeni che non hanno niente a che vedere con essa. Cercherò di essere più chiaro portando un esempio: l’idea di tramandare una determinata tradizione e una tecnica esecutiva, tramite la fedeltà alla partitura ed allo “stile”, è naturalmente un concetto proveniente dalla musica “classica” poiché un Mozart non ha mai avuto l’occasione di registrare un disco! Non abbiamo quindi un elemento fisico che ci testimoni la loro esecuzione diretta, ma abbiamo un’idea che gli esecutori devono affinare e riperpetuare negli anni per non far dissolvere nel tempo quella tradizione. Nel jazz, rock e pop invece abbiamo i dischi e le registrazioni! Siamo finalmente sollevati dalla responsabilità della tradizione!
Gli Speak no evil trio hanno implicitamente captato questo problema ed hanno accolto la sfida di distanziarsi garbatamente dal “modello Wayne Shorter” per prendere le sue composizioni come spunto per qualcosa di diverso.
Tutto questo non comporta necessariamente un giudizio di valore.
Shorter è un grande compositore al pari di Mozart, ma è necessariamente studiato -nonché suonato- con meccanismi totalmente diversi: la libertà dell’esecutore nei confronti del compositore è quindi necessaria, nei casi sopra presentati, per la trasmissione di un sapere che sia sempre in divenire e sempre proiettato verso la sperimentazione e la ricerca.
Per Mozart accettiamo le interpretazioni, ma una coverband di Shorter non è da considerarsi prodotto artistico in quanto tale (o almeno, così speriamo).
I lettori mi perdoneranno per la piccola divagazione musicologica, ma purtroppo, qualche volta, non riusciamo a resistere al richiamo!
Entriamo nel vivo del disco.


“A Shorter Moment” è composto da 8 tracce:

  • Fall
  • Footprints
  • Juju
  • Mahjong
  • Speak No Evil
  • Wild Flower Interlude
  • Wild Flower
  • Yes Or No

La selezione di brani abbraccia a piene intenzioni la produzione di Shorter nel corso di tutta la sua parabola creativa e si pone come un’antologia creativa e ridotta di alcune delle sue registrazioni più conosciute.
Le sonorità del trio sono sempre in bilico tra suoni acustici e lavori “sull’effettistica” (a volte anche in post-produzione), un’improvvisazione sincera e molto coesa. L’interplay tra le due parti della sezione ritmica mantiene sempre l’interesse necessario all’ascoltatore per apprezzare a pieno le capacità estemporizzative del chitarrista marchigiano nei lunghi soli.
Siamo di fronte a dei musicisti che non disprezzano di registrare in studio con lo stesso spirito con cui si affronta un live: suonare per coinvolgere attivamente l’ascoltatore e divertirsi con la musica.
Notevoli alcuni arrangiamenti; un esempio su tutti: “Juju”. Il suono della chitarra, distorto pesantemente e filtrato tramite effetto di pitch-shift all’ottava superiore, regala possibilità espressive al chitarrista che non sempre riescono ad essere apprezzate nella chitarra jazz. Scelte date sicuramente da una ben terminata visione artistica da parte dei musicisti, ma, a volte, il tutto sembra prendere mossa da uno spirito più semplice; spirito che è mosso solo dall’amore per la musica suonata insieme nell’interplay più efficace.
A tratti l’ascoltatore riuscirà quasi a scorgere l’espressione concentrata e serena del contrabbassista intento a mantenere un ostinato nonostante la libertà totale concessa agli altri due musicisti; riusciremo a vedere chiaramente quel sorriso beffardo e complice del batterista durante le risposte alle provocazioni ritmiche del solista; riusciremo ad apprezzare un gruppo di amici che suona veramente bene.

Possiamo dire che questo disco può far avvicinare l’ascoltatore al lavoro di Whayne Shorter, far intuire le potenzialità della formazione trio e far godere i sensi di un’esperienza musicale molto vicina al live.
Se questa non è musica…

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Vorremo, come di nostro solito, riportare la testimonianza diretta di un musicista dello Speak No Evil trio.
Vi presentiamo il chitarrista Giovanni Baleani.

baleani

Non vi siete sentiti un po’ presuntuosi nell’affrontare la registrazione di un omaggio a Wayne Shorter?

G. Baleani: “Il problema era proprio affrontarlo senza nessun tipo di presunzione. Tra le tante serate in cui suonavamo standard abbiamo sempre più istintivamente modellato il repertorio intorno alle composizioni di Shorter. Era un puro divertimento suonare i brani di Shorter senza il suono di sax caratteristico: era un limite evidentissimo, ma così risultava tutto nuovo e stimolante. Questo contesto ci ha spinti nel tempo verso una libertà maggiore sound per la ricerca di innovativi per il repertorio. Ci sono giustamente state fatte delle critiche su questo nostro atteggiamento, che era visto come segno di presunzione.”

Io, da mio canto, amavo il fatto che pochissime persone avessero intrapreso questa sfida e l’ho preso come un esercizio di stile, ma applicato al contrario! Con più libertà…

Come mai l’inserimento di materiale extra-testuale nelle tracce? Faccio riferimento ai suoni che a volte interagiscono attivamente con la musica. Molti potrebbero chiamarli “musica concreta”.

G. Baleani: “Nel disco sono presenti molti editing compiuti a posteriori sulle tracce registrate in studio: non tutto era stato calcolato in sede di arrangiamento. Spesso mi interrogo sulla questione, ma sono arrivato alla conclusione che non mi dispiace tutto quello che non riesco a premeditare e giustificare. Nel Jazz ogni cosa vive prima tutto della relazioni tra i componenti del gruppo ed in sede di registrazione tutto ne è una testimonianza.”

Abbiamo apprezzato particolarmente il titolo. Qual’è però il significato che date a “shorter” inteso come aggettivo?

G. Baleani: ““A Shorter moment” è un gioco di parole che spero possa rendere pienamente la nostra idea se pur formulato in lingua inglese. Quando lo pensai ero in un mio periodo di ricerca personale su Wayne Shorter – una ricerca che durerà presumibilmente per tutta la vita – ma, in contrapposizione a questo lungo lavoro, il tempo concesso dalle dinamiche dello studio di registrazione è sempre troppo poco. La registrazione è sempre il momento più breve per il lavoro di un jazzista!

Qualche parola sugli altri musicisti dello Speak No Evil Trio?

G. Baleani: “L’incontro nasce sopratutto quando si pongono in funzione creativa i propri punti di vista su una questione e, poi, ci si mette in gioco con personalità ed umiltà. E’ stato un piacere lavorare con Gianludovico Carmenati e Mauro Cimarra  perché sono dei professionisti sia nella vita che nella musica.

A chi consiglieresti il disco?

G. Baleani: “Non è un disco dall’ascolto semplice e disimpegnato, ma senz’altro adatto ad ogni tipo di ascoltatore curioso.”

Contatti dei musicisti:
Giovanni Baleani: http://www.giovannibaleani.com/
Gianludovico Carmenati: http://gianludovicocarmenati.it/
Mauro Cimarra: http://www.maurocimarra.com/

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Questa piccola divagazione discorsiva (che potrebbe essere considerata una lunga citazione implicita) è da leggere in relazione agli studi di musicologia affrontanti da Vincenzo Caporaletti (Swing e Groove, sui fondamenti estetici delle musiche audiotattili), Nicholas Cook (Music, performance, meaning) e diversi altri autori e scritti che ci proporremo di approfondire nelle prossime uscite di RM.

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