di Matteo Mezzabotta

Gruppo: Turkish Café

Disco:  Cambio Palco

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Per info ed un’anteprima gratuita di tutti i brani rimandiamo al sito ufficiale del gruppo: http://www.turkishcafe.it/musica

C’è un problema ricorrente quando mi trovo a parlare dei Turkish Café: letteralmente “li adoro”. La gente lo sa, e sa che non sono obiettivo quando parlo di qualcosa che adoro. Per i “Turki”, però, non è stata una semplice cottarella: il loro primo album, l’omonimo, è stato nel lettore Cd della mia auto ininterrottamente per un’intera estate, li ho sentiti live molto più di una volta, ho cantato le loro canzoni a squarciagola e li ho anche conosciuti personalmente. I loro autografi invadono entrambi gli album in mio possesso e sono pieni di dediche personali.

Bando alle facili ciance ed iniziamo il nostro viaggio all’interno di questa seconda fatica di casa Turkish Cafè.

Suoniamo al campanello di “Cambio Palco”. Ci viene ad aprire Controlla; un brano tra il latineggiante e tribale che denuncia l’alienazione violenta causata dai social network e dall’era dell’informazione. Le sue atmosfere fungono da efficace sinalefe tra questo ultimo album ed il lavoro solista del chitarrista Julián Corradini (“Doble Mundo – Doppio Mondo”). Già notiamo la prima delle molte collaborazioni che infarciscono l’album: un inciso freestyle targato Anonima Straccioni che, forse, né valorizza a pieno il brano né mette in luce le reali capacità del duo. Il ritornello però entra subito in testa e difficilmente la lascia.

Sorpassato l’uscio incontriamo Il tempo che ho perduto; racconto di un uomo che alla fine della sua vita, vissuta alla ricerca del successo e del denaro, si rende conto di aver perseguito ideali e sogni che non lo hanno poi reso felice. Gran protagonista di questo brano è lo special guest Enrico Greppi (per gli amici “Erriquez”) cantante e frontman del gruppo Bandabardò. Il tutto funziona: anche perché il pezzo sembra “cucito addosso” alla voce di Enrico ed alle tematiche care alla Bandabardò. Diciamocelo… se non avessi letto il nome Turkish Café sul campanello e non avessi sentito la voce di Veronica avrei pensato di aver sbagliato abitazione!

Neanche a dirlo, a scansare ogni dubbio, arriva il primo brano veramente “turko”, o almeno in linea con le atmosfere del loro primo album: L’amore cade addosso è un brano estremamente pop, in cui (finalmente!) l’angelica voce di Veronica trova il suo degno spazio in un’interpretazione magica. Un testo che parla d’amore e di tutto ciò che ci accade (o meglio “cade”) nella vita. Sullo sfondo è dipinto un arrangiamento mai sopra le righe e che ci accompagna in questa ondata di ricordi ed emozioni.

A svegliarci da questo sogno ad occhi aperti arriva l’incalzante arpeggio iniziale e la straniante armonia di Sto piangendo. Ci alziamo di colpo dal divano. Ci troviamo davanti ad atmosfere cupe e quasi rock. Picchi di energia mai raggiunti dai Turkish se non in qualche cover dal vivo. Un assolo semplice ma incisivo di steel guitar… Chi avrà fatto imbestialire la nostra cantante?

Appena ripresi, ci guardiamo allo Specchio per controllare se siamo ancora presentabili. Subito “i caffeinomani” ci redarguiscono e denunciano la nostra vanità con questa canzone in cui il ritmo è incalzante e sapientemente gestito e l’arrangiamento ci ricorda atmosfere vicine al progressive.

Dopo questa ondata di energia, ci accorgiamo di un libro di fiabe tutto blu appoggiato sullo scaffale: il titolo recita Johnny the seahorse. Senza attendere apriamo alla prima pagina ed una splendida fiaba musicale ci travolge. Ci ritroviamo subito immersi in un oceano di dolcezza: la storia di Johnny il cavalluccio marino, con il suo ritornello armonizzato a due voci, è un brano che potrebbe essere inserito in un film Disney e nessuno se ne stupirebbe.

Accanto al libricino, che rimettiamo a posto, è poggiata una bambola di Porcellana Fragile. Questo pezzo lascia un po’ interdetti… da un lato è il brano più sperimentale ed elettronico dell’album, e per questo, in quanto esperimento, andrebbe valorizzato. Dall’altro, ancora in quanto esperimento, non si può dire che sia perfettamente riuscito.

Non ci scoraggiamo: gli accordi pianistici di Sorridi ci rimettono subito in una carreggiata pop. L’arrangiamento – sebbene un po’ stereotipato sulle sonorità di un pop elettronico internazionale – è assai pregevole, e intuiamo che “i turki” puntino su questo brano come eventuale singolo (insieme al già citato Il tempo che ho perduto), dal momento che a fine album ne è presente anche una versione inglese intitolata A million years.

Ma torniamo all’esplorazione della casa di “Cambio Palco”. Ci ritroviamo improvvisamente in una stanza arredata a mo’ taverna: si tratta di Locanda San Rocco. Per chi, come me, frequenta Piazza del Popolo in quel di Fermo, sa che il nome non è casuale, né tantomeno la voce del locandiere, Jonathan Cippelletti, terzo special guest. Il ritmo in 5, gli interventi dei fiati e le piccole percussioni sapientemente inseriti, arredano in maniera veramente convincente questa locanda… quella che “ogni paese ne ha almeno una”.

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Si è fatto tardi, inizia a far freddo, ed il nostro gruppo ci riscalda con del Fuoco Sacro. Pezzo “spagnoleggiante” e travolgente, ci parla di amore e di passione. Sebbene il brano non sia dei più originali (anche perché molto in linea con il loro vecchio lavoro), i cori perfettamente armonizzati ci avvolgono e ci restituiscono la giusta emozione.

A terminare questo tour e darci la buonanotte c’è C’è. Se posso sbilanciarmi, dirò che “questo brano vale l’acquisto dell’intero album”. C’è lo possiamo definire come una “favola descrittiva” o meglio “implicita”: tutto ciò che accade al nostro bambino, che sperimenta l’amore e diventa adulto, è narrato implicitamente attraverso tutto ciò che C’è (e non) attraverso ciò che gli accade in prima persona. Una storia semplice, ma non banale perché narrata da un punto di vista totalmente nuovo; diventa perciò estremamente innovativa. Tutto questo accompagnato da una musica di una dolcezza sconvolgente, che a tratti ricorda i migliori Sigur Ròs.

Tirando le somme in “Cambio Palco” i Turkish Café hanno dato effettivamente una svolta al modo di presentare la loro musica, con arrangiamenti estremamente curati e pregevoli che costituiscono il punto di forza assoluto  di questo album; punto di forza che però mostra imprescindibilmente il suo contrappasso in sede live, dove purtroppo non tutto ciò che è registrato si riesce a riprodurre e alcuni brani, giocoforza, si indeboliscono. Le new entry stabili della formazione, Cristiano Giuseppetti al violino e tastiere (che già aveva collaborato nel loro primo album) e Simone Pozzi alla batteria e percussioni, forniscono comunque un supporto di altissima qualità. Sentirli live è sempre un piacere.

Ora vi lasciamo in compagnia del chitarrista Julián Corradini con una sua intervista rilasciataci. Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!

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1) Turkish Café: perché questo nome?

Julián: “Innanzitutto piacere di trovarvi. Chi “testimonia” è Julián Corradini, il chitarrista del gruppo. Allora…Turkish Café. Il nome nasce dal nostro primo incontro, quello tra la voce di Veronica Punzo e la mia chitarra, nel 2008 a Bruxelles, durante l’Erasmus. Abitavamo nel quartiere turco della capitale europea, in una casa da sedici persone. Un film. Sceneggiatura: mista tra l’Appartamento Spagnolo ed il Grande Fratello. Come in tutte le storie dagli aneddoti coloriti, ci sono due versioni veridiche su questo nome. La prima, una predizione letta nei fondi di un fumante caffè da parte di due coinquiline di Istanbul; la seconda, i tanti minuti di attesa spesi nei café -non tanto belgi- del quartiere, mentre aspettavamo (da studenti squattrinati) che le lavatrici e asciugatrici delle lavanderie a gettoni facessero il loro corso. Nuova musica nella mente, stradine più o meno consigliabili, aroma di caffé turco. Risultato… Turkish Café!”


2) Attualmente da quali membri è composta la vostra formazione? Con quali intenzioni avete intrapreso il progetto?

Julián: “Abbiamo debuttato nella Grand Place, la piazza centrale di Bruxelles, come artisti di strada, nel giorno del compleanno di Veronica. Un successo. Così ci abbiamo preso gusto a suonare e a scrivere brani nostri. Tornati in Italia abbiamo conosciuto il contrabbassista Simone Giorgini. Era interessato a un progetto acustico e tramite Silvia, un’amica in comune, ci siamo incontrati. Abbiamo fatto una specie di audizione nel suo garage. Il suo volto quasi neutro, all’inizio, e sorridente, poi, non lo dimenticherò. Ci siamo trovati così… e la magia è sempre cresciuta. Abbiamo suonato ovunque, come trio, dai locali di periferia ai concorsi in giro per l’Italia (alcuni dei quali anche vinti!) suonando le nostre canzoni e cover riarrangiate in modo “turko”. Nel 2011 abbiamo pubblicato il nostro primo album “Turkish Café”, dai sapori molto acustici e cantautorali, quasi un omaggio alla poesia e alla melodia, spaziando tra l’italiano, l’inglese e il francese ed inserendo anche un brano strumentale. Ma la voglia di occupare più spazi e di suonare con altri musicisti, per rendere le nostre canzoni più potenti e, insomma, di far suonare la nostra musica come ci girava nelle orecchie, ci hanno portato a sperimentare nuove conoscenze e nuovi colori, fino ad arrivare al quintetto di oggi, con la batteria di Simone Pozzi, e il violino e le tastiere di Cristiano Giuseppetti. Così abbiamo registrato il nostro secondo album: Cambio Palco.”


3)”Cambio Palco”, a giudicare anche da una prima lettura del booklet, è pieno zeppo di partecipazioni. Puoi raccontarci qualcosa a proposito degli “ospiti” di questo CD?


Julián: “Abbiamo chiesto agli amici musicisti professionisti – di vari livelli – di partecipare per impreziosire il lavoro. Quasi tutti ci hanno detto di sì, tra questi il mitico Enricone Greppi, in arte “Erriquez”, frontman della Bandabardò, nostro grande amico e mentore, che ha cantato, insieme a Veronica, il brano “Il tempo che ho perduto”. Poi ci sono artisti da tutta Italia… cantanti, strumentisti di ogni genere, beatboxer, una corale… insomma, il meglio che potevamo chiedere. Partecipazione e collaborazione tra artisti; una particolarità che ho notato moltissimo nell’Italia di oggi e che non è da dare affatto per scontato. Sono molto contento che in un momento storico in cui le cose vanno decisamente male ci si aiuti così, di “buena onda”, per far si che il lavoro dell’altro sia migliore e per darsi una mano. Questa è merce rara e preziosa ed il frutto che ne è maturato ha sorpreso anche noi. In positivo.”

4)Rispetto al precedente lavoro (o anche ai tuoi lavori precedenti) Cambio Palco risulta un disco molto più elaborato formalmente (arrangiamenti molto studiati, sonorità ricercate, lavoro con una certa “effettistica” e sulla strumentazione ecc.). Come mai un cambio di direzione così evidente?

Julián: “L’espressione “Cambio Palco”, rubato dal gergo tecnico degli addetti ai lavori nei concerti, vuol dire “riorganizziamo il tutto prima che arrivi la prossima band”. E così è stato con questo album: abbiamo stravolto il nostro palco musicale e interiore, ci siamo messi completamente in gioco, e dopo aver scelto le canzoni che ci piacevano di più, abbiamo deciso di fare di questo calderone di musica una foto ad alta qualità, vestendo ogni canzone di tutto quello che di più bello si meritava. Si sa che le cose belle richiedono tempo. Noi ci abbiamo impiegato le quattro stagioni: l’album è stato composto ed ideato in autunno, arrangiato e studiato in inverno, registrato in primavera, ed è uscito in estate. Più che cambio di direzione lo definirei “miglioramento”, perché nel cambiamento c’è l’evoluzione. Durante ogni “Cambio Palco” che si rispetti, c’è sempre uno strano silenzio, l’atmosfera si fa interessante, gli strumenti cambiano, gli occhi e le orecchie degli spettatori aspettano qualcosa di nuovo. E’ un momento magico. Abbiamo cavalcato quest’onda per poter evolvere.”

5)Vi stiamo seguendo sui social network: cosa ci aspetta di nuovo?

Julián: “Tutti questi nuovi stimoli ci hanno ridato la voglia e l’entusiasmo per metterci in gioco anche per sfide grandi. Il Cambio Palco Tour (anzi…Tourkish) riprenderà nel 2015 e sarà una bella avventura. Intanto stiamo lanciando i nostri brani in pasto a tutti i festival più importanti d’Italia per poi aspettare le risposte. Per esempio, ora stiamo partecipando ad Area Sanremo per poter accedere a Sanremo giovani. Ci sentiamo all’altezza di condividere il palco con gente anche più brava di noi, per provare a farci conoscere, ma anche per imparare, perché c’è sempre qualcosa da imparare! E’ vero che molti artisti collaborano tra di loro, e questo è un bene, come ho detto prima. Ma aggiungo – e questo è un mio parere personale – che a volte sento mancare un po’ di umiltà tra le nuove leve. Il panorama musicale è cambiato, le dinamiche discografiche sono stravolte e bisogna inventarsi sempre qualcosa. Inutile cercare di imitare, o di limitarsi a stare seduti davanti ad un monitor a scrivere le solite cose. Bisogna rimboccarsi le maniche, prepararsi al meglio – anche in termini di studio personale – e tuffarsi nei propri sogni, mettendoci piedi, testa e mani, e soprattutto la faccia. C’è sempre qualcosa da imparare e se qualcuno è arrivato in alto, un motivo c’è. Il tempo darà la sua risposta. Tengo a dire che in un momento in cui si parla – a livello musicale – di raccomandati, di musica spazzatura, di “strofa-ritornello”, di talent, di orchestre sgomberate, di politica, di scelte sbagliate, di arte lasciata morire, credo che proprio in questo momento si debba ricominciare a scrivere bella e nuova musica, che abbia qualcosa da comunicare, che sia arte pura e semplice, arte per l’Arte. Quella sì che non passa mai di moda, ed aspettiamo che il tempo dia la sua risposta. Scusate, mi sono perso nei miei pensieri, speriamo che però siano chiari. A presto, e buona musica!”

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